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mercoledì 15 novembre 2017

Quando il cielo è blu, prendi il cappotto!


In Germania una giornata di metà novembre con sole e cielo terso può significare solo una cosa: l’inverno è alle porte. L’ho imparato a mie spese la prima volta che sono andata a Berlino. Era fine dicembre di qualche anno fa, avevo trascorso le vacanze di Natale con la mia famiglia in Sicilia e avevo prenotato un volo diretto Catania-Berlino. Finalmente avrei visitato la capitale! Quell’inverno mediterraneo era particolarmente mite: nel mio paese dell’entroterra c’erano 15 gradi, a Palermo – dove vado ogni volta che posso perché è la città italiana in cui più mi sento a casa – 18 circa. Io avevo lasciato una Germania freddina, ma non freddissima, e facevo la sborona andando in giro senza cappotto davanti agli occhi allibiti di parenti e amici per i quali ero ormai diventata una tedesca a tutti gli effetti.
Il giorno della partenza sono andata all’aeroporto vestita a strati in previsione della Germania. Immaginavo che a Berlino ci sarebbe stato più freddo – non ero ingenua fino a questo punto. Sono arrivata che era già buio, tirava vento e pioveva. Ero però così eccitata di essere finalmente arrivata che sul momento non ho badato molto al tempo. Ho cenato e sono andata a dormire.
Sono stata svegliata, il giorno dopo, da un raggio di sole che filtrava allegro attraverso i vetri un po’ sporchi della mia camera. Mi sono alzata un po’ intontita, ho guardato fuori e non potevo credere ai miei occhi: un cielo azzurro e limpido così non c’era nemmeno in Sicilia – mi sono detta. Quale tempo migliore per la mia prima spedizione in città? Sono scesa di sotto, ho fatto una colazione frugale, mi sono lavata e preparata per uscire. Incoraggiata dal sole ho indossato (lo ricordo come se fosse successo stamani): un paio di collant pesanti, ma non di lana, una gonna di jeans, una maglia di misto acrilico con su una giacchetta senza ambizioni e un giubbino rosso imbottito ma corto. Niente guanti. Niente cappello. Stavo per lasciare la casa quando lei mi dice “Sei sicura di volere uscire così? Fa molto freddo oggi”. Le rivolgo un sorriso sghembo mentre penso: “Esagerata! Questi tedeschi pensano che solo perché vengo dal sud dell’Europa non sono in grado di sopportare il freddo teutonico. Vivo già da qualche annetto in Germania, non è il mio primo inverno qui”. Più per accontentarla che per tranquillizzarla porto con me anche una sciarpa. Appena fatto qualche passo sul vialetto davanti casa mi sono subito pentita del mio outfit, ma un po’ per orgoglio e un po’ perché avevo paura di perdere l’autobus mi sono decisa di non tornare a cambiarmi. Non credo di avere mai sentito freddo come quella giornata a Berlino: il gelo arrivava fino alle ossa, non avevo più la sensibilità nei piedi, che mi facevano male, non potevo tirare fuori le mani dalle tasche (e infatti ho fatto pochissime foto), ogni mio respiro produceva una nuvoletta di fumo, le orecchie erano diventate due ghiaccioli. Correvo da un museo a un bar e da un bar a un museo e quando finalmente la sera sono arrivata al teatro dell’opera mi sono lasciata cullare dal tepore della sala al punto che ho rischiato un paio di volte di addormentarmi – cosa che non mi succede mai quando ascolto l’opera. Non che non ci fossero e non ci sarebbero state giornate fredde nella mia vita (mi sono rotolata su metri di neve delle Alpi, ho visitato città più al nord, ci sono stati inverni più rigidi nei posti in cui ho abitato). Solo non me l’aspettavo. Il freddo mi ha presa in contropiede ingannandomi con un cielo blu e un sole gelido. Il cielo grigio, le nuvole basse e minacciose sono molto meno infidi di una giornata limpida in inverno qui.
Ho imparato così la lezione: se in Germania il cielo è terso, prendi il cappotto!

lunedì 25 settembre 2017

Avventura andalusa. Terza tappa: Málaga


A Málaga sono costretta a ridimensionare un po' le mie aspettative. È carina e c'è tanto da vedere: il museo di Picasso, la sua casa natale, la Cattedrale, il Castillo de Gibralfaro e l’Alcazaba – una fortezza araba costruita sulla base di una fortezza fenicio-punica – ma ho ancora davanti agli occhi i tesori di Siviglia e di Cordoba, quindi non riesco a stupirmi davanti alle bellezze di questa nuova città. Credo che l'Alcazaba mi avrebbe incantata se non avessi visitato prima l’Alcázar di Siviglia e la casa di Pilato; ­quindi se progettate un viaggio in Andalusia e avete intenzione di visitare anche Málaga vi consiglio di cominciare da qui e fare il percorso inverso. 


Sono già un po’ stanca dai giorni passati, trascorsi rimbalzando da una parte all’altra delle città che ho visitato, con la smania di voler vedere tutto, di non sprecare un istante. Ho i piedi doloranti e sono sfossata dal caldo umido della città marittima, così decido di rallentare il ritmo e trascorrere qui qualche pigra giornata da turista sfaticata.
La mia attuale “casa” è diversa dalle sistemazioni precedenti: per la prima volta da quando sono partita non “abito” in centro, ma in periferia – e le periferie delle città si assomigliano un po’ tutte: strade aperte al traffico, negozietti di frutta e verdura, supermercati, discount, negozi cinesi, estetiste, parrucchiere. Mi ricorda il quartiere in cui ho abitato lo scorso inverno ad Atene. L’appartamento in cui mi sono insediata è molto carino. Sembra una grande WG (in tedesco: Wohngemeinschaft, ovvero appartamento condiviso) con quattro camere, nelle quali soggiornano gli ospiti della struttura, due bagni (uno ogni due camere), un soggiorno, una cucina e due grandi terrazze. A me tocca una piccola camera con un letto a castello un po’ sfondato da una parte e un climatizzatore a gettoni. Nonostante non sia oggettivamente bella, questa camera ha un qualcosa che non so spiegare, che mi rassicura, mi accoglie e mi fa subito sentire a casa.
Condivido il bagno con una donna francese che non parla altra lingua all’infuori della sua (e sono molto contenta che il mio soggiorno in un’università francofona in Svizzera mi abbia resa capace di conversare anche in francese), e la cucina con una coppia cilena sulla sessantina che parla solo spagnolo. Nel mio spagnolo zoppicante trascorriamo a chiacchierare sulla terrazza più di una sera, consumando le nostre cene. Loro sono molto dolci e simpatici. Dopo pochi quarti d’ora insieme mi trattano quasi come fossi figlia loro: mi chiamano chica o mi corazón, lui mi spiega cosa fare e cosa non fare in città, in quale lido andare a fare il bagno, che autobus prendere. L’ultima sera si offre di prenotare per me (in spagnolo) un taxi per l’indomani per andare alla stazione dei bus, dalla quale sarei dovuta partire per Granada. Poi ci separiamo con grandi abbracci e molti auguri per il futuro e andiamo a dormire.
Anche la donna che gestisce l’appartamento, Graciela, è molto simpatica e anche lei parla solo spagnolo, al contrario di suo marito Jorge che conosce sia l’inglese che l’italiano. Graciela è una donna di quasi sessant’anni, molto dinamica e divertente. È con lei che faccio, per pochi euro, la prima manicure della mia vita in un piccolissimo salone di bellezza sotto casa (e credo che quello sia il posto in cui ho imparato più parole in spagnolo fin ora).
Qui a Málaga trascorro le giornate facendo lunghe e lente passeggiate nel centro città, facendo piccole soste in qualche negozietto e visitando, con molte pause, le attrazioni turistiche e i siti d’interesse. Ogni volta che scorgo una panchina all’ombra, mi ci fiondo e prendo posto per rifocillarmi dal caldo soffocante e dalla stanchezza. Scrivo lunghe cartoline e pagine del mio quaderno, cerco di imprimere i miei pensieri e le mie impressioni su carta, trasformare in inchiostro il groviglio di emozioni che mi attraversano mente e cuore.  


Per la prima volta dal mio arrivo in Spagna mi concedo dei pasti tranquilli e abbondanti, non più i pranzi frugali e improvvisati consumati all’interno  dell’Alcázar di Siviglia o sulla piazzetta davanti alla Mezquita di Cordoba: scopro un piccolo ristorante di tapas non lontano dal centro e divento cliente abituale. L’ultima sera del mio soggiorno a Málaga mangio finalmente la paella e mi chiedo perché non l’abbia fatto prima. Voglio infine sfatare un pregiudizio: non è vero che in Spagna il gelato è cattivo. Prima di partire, una conoscente mi aveva messa in guardia: “Non prendere il gelato lì”, mi aveva detto, “se hai fortuna non sa di nulla, se non hai fortuna è disgustoso”. Evidentemente ho avuto più che fortuna, perché a Málaga ho mangiato un gelato buonissimo (la gelateria si chiama Nonna, se può interessarvi).
Non sono riuscita a vedere uno spettacolo di flamenco come si deve, ma in compenso ho comprato un paio di scarpette: ho intenzione di tornare a ballare. Porterò almeno un po' di Spagna con me nell'inverno freddo che mi aspetta. 

Ormai il mio soggiorno qui sta volgendo al termine. Domani sveglia alle 5:00. Alle 6:30 parte l’autobus che mi porterà nell’ultima sognata tappa di questa avventura: l’Alhambra di Granada.

martedì 19 settembre 2017

Avventura andalusa. Seconda tappa: Cordoba



È tempo di lasciare Siviglia. A malincuore rimetto nello zaino i libri, la mia (non sempre affidabile) guida crucca dell’Andalusia, le cartoline, un paio di regalini, i miei pochi indumenti e guardo per l’ultima volta la camera che per qualche giorno ho chiamato “casa”, suscitando l’ilarità e talvolta la simpatia dei miei interlocutori. Dopo aver accertato (a quanto pare anche la fisiognomica lo conferma) e accettato la mia condizione di straniera ovunque, mi sono arrogata il diritto di sentirmi a casa dappertutto, chiamando casa tutti i luoghi in cui mi sono insediata, in cui mi sono sentita bene. E a Siviglia mi sono sentita a casa.
Per una nomade, però, nessuna casa è definitiva, così raccolgo zaino e ricordi e mi dirigo alla stazione del bus. Prossima tappa: Cordoba.
Prendo posto sull’autobus spazioso. L’autista, dopo aver controllato i biglietti, accoglie ogni passeggero porgendogli un sacchetto di carta contenente: uno snack, una bottiglietta d’acqua e un paio di auricolari. Il lusso. Non mi era mai capitato di vedere un bus così chic: comodo e lindo, sedili in pelle reclinabili con poggiapiedi regolabile, piccolo schermo davanti a ogni sedile per guardare un film o ascoltare della musica – altro che gli autobus della compagnia verde risparmio che prendevo abitualmente per andare in Svizzera (con il wc rotto e puzzolente e i sedili squinternati)!
Rinuncio tuttavia a una fetta di questo lusso decidendo di ignorare lo schermo, indosso le cuffiette del mio inseparabile lettore mp3 e mi accomiato da Siviglia ascoltando ancora una volta Il Barbiere, che è la colonna sonora di questo mio viaggio.
Il paesaggio che scorre davanti ai miei occhi non è dissimile da quello che vedo dall’autobus che, in Sicilia, dall’aeroporto di Palermo mi porta alla stazione del mio paese, tanto che per un attimo, in uno stato di sonnolenza, mi sembra di vedere il profilo delle sue stranote case. Trasalisco. Poi mi ricordo di essere in Spagna e mi lascio cullare dal rumore del motore.
Guardando la cartina dell’Andalusia non mi ero resa conto di quanto fossero grandi le distanze tra una città e un’altra. O meglio: non potevo rendermi conto di quanto sembrassero grandi tali distanze, dal momento che sulla cartina non si vede che tra un centro abitato e l’altro non c’è niente – all’infuori di distese a perdita d’occhio di terra bruna e di campi bruciati dal sole. Dopo qualche ora di viaggio e qualche quarto d’ora di sonno faccio finalmente la conoscenza di Cordoba, la città dei Califfi, di Averroè e di Maimonide. Ad accogliermi ci sono 40 gradi e un sole che, nonostante siano appena le 10.30 del mattino, picchia e brucia e intimorisce i turisti più biondi che iniziano a ungersi di creme solari dall’odore pungente.
Dopo una piccola sosta in un bar, nel quale faccio colazione con pane e pomodoro e un zumo de naranja por favor, mi dirigo alla Mezquita, letteralmente il “luogo dove prostrarsi”, oggi nota come Grande Moschea o Moschea-Cattedrale. 

Non credo di avere mai visto nulla di più impressionante. Entro in quella che, a prima vista, mi sembra un’immensa moschea (al già imponente edificio originario, progettato dall’emiro Abd al-Raḥmān I, sono stati aggiunti tre grandi ampliamenti commissionati da ʿAbd al-Raḥmān II prima e da al-Ḥakam II dopo). Cammino tra arcate e colonne, per colore e forma tipiche dell’architettura islamica. I cunei bianchi e rossi e la ripetizione ritmica dei capitelli mi danno l’impressione che lo spazio si dilati all’infinito e che i confini siano irraggiungibili. 
 Ma proprio quando il mondo arabo mi ha rapita al mio e ho l’impressione di trovarmi non in Spagna ma in un racconto delle Mille e una notte, ecco che vedo una croce, un altare cattolico, una raffigurazione dell’ultima cena, la statua di un santo, quella della Madonna. Disorienta continuo a camminare fino a quando, improvvisamente, mi trovo sotto la cupola bianca e dorata della Cattedrale barocca. Lo stupore. L’incredulità. 

Con questo video vi mostrerò il percorso inverso, che vi porterà dalla Cattedrale fino all’ampliamento di Al-Hakam II, con le sue arcate polilobate e il dorato Mihrab, punto di riferimento per la preghiera dei musulmani: una nicchia a otto lati, delimitata da archi che rappresentano le porte per l’aldilà, attraverso le quali dovevano ascendere le preghiere dei fedeli, la quale termina in una cupola a conchiglia, simbolo della vita.

Questa insolita mescolanza di religioni e influenze, che oggi forse ci stupisce, sta invece alla base della cultura andalusa, luogo in cui hanno convissuto – ora in pace, ora in reciproca tolleranza, ora in guerra – religioni e culture diverse: si tratta infatti di un Paese dominato dapprima dal Califfato arabo-islamico e successivamente conquistato dall’estremo cattolicesimo europeo (non per niente Cordoba era sede di uno dei tribunali speciali dell’Inquisizione).

Tale convivenza di culture e religioni è testimoniata anche dalla presenza di un quartiere ebraico, la Juderia, ovvero l’antico ghetto abitato dagli ebrei fino a quando i Re Cattolici, nel XV secolo, li espulsero dalla città. È più grande della Juderia di Siviglia e in essa si trova anche una Sinagoga che dicono essere molto bella – cosa che purtroppo non ho potuto verificare con i miei occhi perché in estate tutti i principali siti di interesse a Cordoba (la Sinagoga, l’Alcázar e Museo Taurino – che pure non mi interessava) chiudono alle tre del pomeriggio. Continuo a passeggiare così perdendomi nelle stradine della Juderia, immaginando un tempo senza turisti in cui, in questi vicoli, in mezzo a queste case imbiancate a calce, filosofi arabi e pensatori ebrei hanno partorito e messo per iscritto le loro idee. Passo sognante attraverso la via dedicata ad Averroè. 


Senza accorgermene arrivo infine in Plaza de Tiberiades e mi imbatto in una figura familiare: si tratta della statua di Mosè Maimonide, autore della Guida dei perplessi, che avevo studiato durante il mio ultimo anno di università a Palermo e che mi aveva tanto impressionata. E siccome perplessa lo sono tutt’ora – e forse ancora più che in passato – tocco la punta della sua scarpa e intrattengo con lui una conversazione silenziosa e confidenziale.

Chissà, forse il tocco di quella scarpa renderà un po’ più saggia anche me.





martedì 8 agosto 2017

Straniera: una forma di vita (1° parte)


Poter dire "sono a casa"


Da quasi sette anni non vivo più in Italia. L’entusiasmo iniziale mi aveva fatto credere – che imbroglio! – che non avrei sentito nostalgia di “casa mia”, che le ragioni che mi avevano fatta partire non potevano essere messe in discussione, che il Paese che mi aveva accolta incarnasse una sorta di terra promessa in cui sarebbe stato possibile realizzare i miei sogni. C’era la novità, c’era l’amore. Alle mie spalle lasciavo un posto grigio – che pure è chiamato “terra di maggio” – promesse non mantenute, lavori non retribuiti, un mondo universitario poco trasparente con gerarchie tutte sue. Davanti a me immaginavo, sognavo – quindi vedevo – un futuro in cui tutto era possibile. Poi c’era il divertimento di imparare una lingua nuova, esperienza che mi faceva tornare un po’ bambina. Imparare parole, imparare a pronunciarle, attribuire loro significati, ritrovare l’origine dei significati nella cultura, comporre frasi sempre più complesse giocando con le costruzioni grammaticali. Sapevo di essere straniera, ma collegavo questa mia condizione, questa forma di vita, al piacere della scoperta. Ovvio che ero diversa dagli indigeni che abitavano la città in cui io mi ero insidiata, ma io non avevo nessuna pretesa di essere come loro.
Gli anni però sono passati, tutto – in me e intorno a me – si è modificato con rotture, svolte, rivoluzioni, rimarginamenti più o meno radicali, più o meno improvvisi, più o meno dolorosi. Quella lingua ostica all’inizio che avevo principiato a imparare quasi per gioco, ma con una determinazione che ha sorpreso anche me, ha piano piano trovato un posto definitivo nel mio cervello. Le regole, le parole, le formule mi sono diventate familiari, i significati nuovi hanno messo in discussione quelli vecchi, come piccole scosse di un terremoto. Ho distrutto, ricostruito, rotto, risanato, fatto nuovo – buttato via niente. Ho studiato ancora qui, finito un dottorato. Ho qui la mia vita – ma è casa mia?
Essere riuscita a integrarmi, invece di farmi sentire finalmente a casa, ha sortito l’effetto contrario. Il mio essere straniera non mi sembra più un gioco edificante. Il luogo in cui vivo ha perso l’alone d’incanto. È un posto che, certo, manterrà le promesse che mi ha fatto, è un posto più leale di quello che ho lasciato – ma mi farà felice? Guardo, osservo le persone intorno a me e mi dico che non sarò come loro, mai. E lo sapevo fin dall’inizio – solo che allora non m’importava. Per quanto parlerò bene questa lingua, arriverà il giorno in cui riuscirò a sentire davvero la bellezza della lingua bella, provare il piacere estetico della scrittura che sento quando scrivo in italiano? Resterò sempre una creatura esotica, interessante più per la mia provenienza che per quello che penso, quello che sono? A casa parlo in tedesco e, sentendomi parlare, ogni tanto mi sento finta, costruita. Straniera.
Quale posto posso allora chiamare casa? Ho voluto fare un viaggio in Sicilia per tornare all’origine, capire se casa mia è ancora quella. Invece di ritrovare un luogo in cui riconoscermi, sono inciampata sulla via su tutti i motivi che mi hanno spinta ad andare. In Sicilia non riuscivo a pensare un pensiero fino in fondo, non riuscivo a pensare nemmeno un po’. Troppo rumore, dentro e fuori. Il chiacchierio quasi gridato, ininterrotto, inconcludente si imponeva alle mie orecchie disarmate e raggiungeva la cassa cranica, in cui diventava un rumore indistinto, un ronzio che ovattava i pensieri e i sensi. Perché questo bisogno di parlare senza dire nulla? Perché questa paura del silenzio? Ricordo il senso di libertà che mi ha investita quando ho lasciato questo posto e il ronzio dentro la testa piano piano si è attenuato fino a scomparire, l’ovatta dentro la testa si è dissolta lasciando che la percezione si acuisse. Mi sono stupita quando ho sentito, per la prima volta limpida, la voce del mio pensiero. Sono tornata, così, e mi sono accorta che anche per questo posto, ormai, sono diventata straniera. Osservavo le persone e le cose, ascoltavo i problemi dei miei cari, ma quelle cose, quei problemi ormai non li capivo più. Non li vivevo più da dentro: stranieri a me come io a loro, come me in Germania. Non c’è via di scampo: straniera dappertutto ormai.
Decido di partire ancora – ostinata a trovare quel posto che potrò chiamare casa.

martedì 27 giugno 2017

Rallegrarsi delle disgrazie altrui e nostalgia di posti lontani



In ogni lingua ci sono parole difficili o addirittura impossibili da tradurre, se non con perifrasi che spesso ne distorcono il significato o che comunque non rendono perfettamente l’immagine di ciò che il termine originale indica. Sono parole legate a una determinata cultura che, se sradicate da essa, non attecchiscono nel terreno di un’altra cultura e un’altra lingua – non arido, ma diverso – e rimangono impalate, come corpi estranei ed isolati in un mondo che non li comprende.
Così il Wanderer di Nietzsche in italiano si trasforma nel passeggiatore che, diciamoci la verità, non suona particolarmente poetico e dà piuttosto l’idea di un tizio sfaccendato che trascorre le sue giornate percorrendo in lungo e in largo marciapiedi di noiose città. Ma wandern, in tedesco, significa molto più che passeggiare, camminare o marciare. Se un tedesco ti invita a fare una Wanderung ti sta chiedendo di andare con lui a fare una “camminata” di durata variabile da 1,5 (raramente) a 7-8 ore lungo sentieri (scoscesi) di montagna, la cui difficoltà è segnalata da piccoli cartelli e indicazioni che ogni Wanderer (che non è quindi un semplice passeggiatore) conosce. Per accompagnarlo in questa impresa è consigliabile essere ben equipaggiato e indossare Wanderschuhe (scarpe da trekking ­ non a caso, anche questa volta, non si tratta di una parola italiana, seppure oggi sia entrata nel nostro lessico) e Wanderhose (pantaloni da trekking) – quindi sempre wander-qualcosa. Forse wandern si potrebbe tradurre “fare una scarpinata”, ma così facendo questo verbo si connoterebbe negativamente, cosa che originariamente non è. Del resto, cosa ne sappiamo noi della secolare tradizione teutonica delle Wanderungen? Noi che (e con noi mi riferisco al paese da cui provengo) prendiamo la macchina anche per andare a comprare il pane?

Un’altra parola tedesca difficile da rendere in italiano è Schadenfreude, “rallegrarsi delle disgrazie altrui”.  L’altra sera, in Germania, sono andata al cinema studentesco a vedere The General, un vecchio film muto in bianco e nero. Non mi sentivo particolarmente socievole, così ho sistemato uno zaino e una maglia sulle poltroncine alla mia destra e alla mia sinistra per godermi la pellicola tranquillamente, senza dover curarmi di fare conversazione con qualche faccia (s)conosciuta o di essere simpatica. Inizia così la proiezione. Sulla scena si susseguono le disavventure di un pilota di locomotiva che, in un colpo solo, durante la guerra di secessione americana, per mano degli avversari, perde ciò a cui teneva di più nella vita: la sua locomotiva (chiamata, appunto, The General) e la ragazza amata. Nel tentativo di recuperare gli oggetti di affetto e desiderio il protagonista si dà a un inseguimento forsennato dei rapitori – non privo di imprevisti e di incidenti: una volta rischia di essere colpito da una palla di cannone, una volta ruzzola malamente da un precipizio, un’altra volta viene ustionato da un sigaro acceso. L’intento del film è comico, ma vedere il protagonista vittima di così tante disavventure suscitava in me compassione piuttosto che ilarità. Tuttavia, nel buio della sala, sentivo gruppi di ragazzi e di ragazze dietro e intorno a me ridere forte e di gusto soprattutto mentre il povero Johnnie Gray era vittima di dolorosi incidenti. Mi sono detta allora che non è un caso che in tedesco esista una parola come Schadenfreude. Certo, anche in Italia non manca chi ride quando vede qualcuno ruzzolare giù per le scale, ma di questo non abbiamo fatto un verbo!

La mia parola tedesca preferita però è Fernweh, che in italiano si potrebbe tradurre con: “nostalgia di posti lontani”. Non è una traduzione perfetta perché normalmente si ha nostalgia di qualcosa che si conosce, di bei momenti che appartengono al passato e adesso vivono solo nella memoria, ma che un tempo erano presenti e reali. Per questo si dice “nostalgia del passato” e non “nostalgia del futuro”. Anche il Fernweh è legato alla cultura. Durante i primi diciotto anni della mia vita ho vissuto in un posto in cui le persone che mi circondavano non avevano mai mostrato di provare nulla che somigliasse vagamente alla “nostalgia di posti lontani” di cui parlo. Certo, molti sognavano di rosolarsi sotto il sole di isole tropicali, ma questi erano sogni presi in prestito da cartelloni promozionali esposti dietro le vetrine di agenzie di viaggio o dalle pubblicità di compagnie di navi da crociera. Non sapevo che la “nostalgia di posti lontani” esistesse e che, da qualche parte nel mondo, c’era qualcuno che a questa inquietudine aveva dato un nome. In Germania posso dire “ich habe Fernweh” e tutti capiranno quale sentimento muove la mia anima.

Ovviamente lo stesso vale anche per le traduzioni in senso inverso. C’è una parola siciliana, infatti, che gli operosi e diligenti tedeschi non capiranno mai (e neppure i milanesi, senza andare troppo lontano). Si tratta di lagnusia, che non corrisponde perfettamente all’italiano “pigrizia” o al tedesco “Faulheit”, ma contiene una sfumatura che solo chi è cresciuto sotto il sole rovente del meridione, dove la vita scorre lenta e placida e il tempo non esiste può capire.

domenica 11 giugno 2017

Accoglienza berlinese



Appena arrivata nella capitale, abbandono la stazione centrale e mi immergo nel flusso della folla di stranieri e berlinesi. Stanca e un po’ smarrita decido di chiedere informazioni a un gruppo di persone che, supponevo (a ragione) essere indigeni e non turisti. Zaino in spalla e foglio su cui avevo scritto gli indirizzi di cui avrei avuto bisogno in mano, mi rivolgo a una signora. “Mi scusi” dico. Lei mi guarda per una frazione di secondo, poi volta la testa con disgusto e dice Nein. Evidentemente mi ha scambiata per una mendicante. Ora: va bene che mi sono alzata alle cinque del mattino, va bene che ho alle spalle sette ore di viaggio, va bene che durante tutto il tragitto in treno ho lavorato e questo non ha contribuito a donarmi un aspetto fresco e riposato, va bene che ho i capelli in disordine, insomma, va bene tutto: ma davvero sono messa così male da sembrare una mendicante? Glielo chiedo. Lei mi guarda e, questa volta, mi vede. Sorride alla mia domanda, si prodiga in scuse e mi dà più informazioni stradali di quante ne avessi bisogno. Il mio arrivo a Berlino, quindi, è stato da barbona.
È un aneddoto divertente, ma mi chiedo: quante persone guardiamo senza vederle veramente? Quante volte diciamo “no” guardando con sufficienza qualcuno che si rivolge a noi per chiederci qualche spicciolo (o magari delle indicazioni stradali)? Per quella frazione di secondo qualcuno mi ha trattata come se fossi uno scarto dell’umanità e non come una persona.
Una cosa del genere mi era capitata anche in Svizzera, nella città in cui ho studiato negli ultimi due anni. Una volta – mi ero trasferita da pochissimo – ero in stazione e avevo un impellente bisogno di far pipì. I bagni in stazione erano a pagamento e “l’ingresso” costava un franco. Malauguratamente avevo soltanto una moneta da cinque franchi con me e con quella, paradossalmente, non potevo accedere ai bagni. Che fare? Decisi di fermare qualcuno e chiedergli di scambiarmi la moneta. Ma dovetti fermare almeno venti persone (mentre la mia vescica minacciava di esplodere) prima che qualcuno mi desse la possibilità di andare oltre l’excusez-moi e lasciarmi formulare la domanda, senza dire non, non e andare oltre. Scambiata per una barbona anche quella volta. Eppure non ero in disordine e nemmeno particolarmente stanca. Forse dovrei farmi due domande e pensare di cambiare look, oppure lasciare perdere gli studi, cambiare vita e dedicarmi al vagabondaggio, chi lo sa.

sabato 3 giugno 2017

Le mutande da uomo


Non so in Italia, perché quando vivevo lì non mi era (ancora) capitato di confrontarmi con questioni di questo genere, ma nei Paesi d’Oltralpe le mutande da uomo, specialmente i boxer aderenti, hanno una fascia elastica sulla linea del bacino sulla quale vantano a grandi lettere un nome che, immagino, secondo il loro ideatore, dovrebbe suonare molto virile o molto sexy. Così, sotto i pantaloni dei seri e distinti signori che si aggirano negli uffici o passeggiano per le strade di queste città, si nasconde – oltre che un ormai scontato Calvin Klein (il cui nome potrebbe, peraltro, togliere, almeno nell’immaginario, grandiosità all’abitante sud di questo indumento) o un Dolce & Gabbana – un John Adams o un Axel Ford. Immagino un ipotetico atto sessuale in cui la fortunata di turno, prima di cominciare, dovrà presentarsi al sé movente compagno di avventure. Che noia le anonime mutandine di pizzo da donna! Sarebbe più divertente se anche la biancheria intima femminile sfoggiasse nomi accattivanti come Jessica Smith o Fanny Lee. Perlomeno le presentazioni pre-preliminari non sarebbero a senso unico: “John, questa è Jessica, Jessica ti presento John. Buon divertimento!”. Per non parlare di quei boxer che sulla fascia elastica portano la scritta UOMO (in italiano) a caratteri maiuscoli. Che bisogno c’è di specificare? Forse chi li indossa non è sicurissimo della propria identità e ha bisogno di averne una conferma scritta ogni volta che guarda più in giù dell’ombelico? O forse è un’informazione per la propria compagna, nel caso in cui (prima o dopo il rapporto) le venisse in mente di mettere in dubbio la sua virilità? Oppure per fare leva, attraverso una parola italiana, su un fascino latino da indossare al momento opportuno? In Germania c’è una marca di indumenti maschili (intimi e non) che mi fa sorridere: si chiama “Angelo Litrico”, che sa di Italia, suona un po’ come acido nitrico e dà al soddisfatto acquirente teutonico l’idea di avere comprato qualcosa che gli darà un tocco italiano e pericoloso.

mercoledì 31 maggio 2017

Tempo di addii


Non ho mai avuto una grande comprensione per gli italiani che, all’estero, hanno esclusivamente amici italiani, rifiutano di imparare la lingua locale o di parlare quantomeno una lingua franca e criticano costantemente il paese straniero che li ospita, decantando invece, per contrasto, tutte le qualità del Belpaese e, naturalmente, degli stessi italiani. Certo anche io ho amici italiani e non disdegno affatto di intrattenermi con qualcuno nella mia madre lingua (anzi: quando la “nostalgia di casa”, Heimweh, si fa più forte, sento proprio la necessità di parlare in italiano con qualcuno); ma ogni volta che mi sono impiantata in un Paese nuovo ho avuto voglia di fare amicizia (o almeno provarci!) con gli indigeni – e non per mera curiosità antropologica – di imparare la lingua, di immergermi nei nuovi colori, profumi e suoni (sarà forse autosuggestione, ma adesso mi sembra di riconoscere, guardando il colore e “l’altezza” del cielo, se mi trovo in Sicilia, in Lombardia, in Elvetia o in Alemagna). Non ho mai capito, così, gli italiani che, all’estero, riproducono una piccola Italia molto esclusiva, un gruppo chiuso e sigillato ermeticamente che non lascia entrare niente e nessuno che sappia di straniero.
Non li ho mai capiti fino ad ora, nel momento degli addii. Adesso che il mio tempo tra le Alpi sta volgendo al termine mi dico che sarebbe stato più facile se avessi fatto anch’io così, se mi fossi chiusa dentro e avessi disprezzato l’estraneo, crogiolandomi nella nostalgia di “casa” (che poi, che cosa e dove sia la mia casa, a dirla tutta, non lo so neppure io). E invece mi sono aperta a tutto: cose, persone, paesaggi, gesti – ho imparato ad amarli, li ho fatti entrare nel cuore. E adesso fa male dire: “Teniamoci in contatto” o “Tanto ci rivedremo presto”, mentre so bene che dietro queste frasi quasi sempre si nasconde un lapidario “Addio”, fa male mettere via tutte le mie cose dalla “mia” scrivania, che tra pochi mesi sarà occupata da un’altra persona e che non avrà più niente di me, dare indietro le chiavi, lasciare la finestra dalla quale facevo viaggiare lo sguardo, lasciare il sapore dell’aria e quello dei sogni. Oggi la mia amica svizzera mi ha detto: “Non preoccuparti: si chiude una porta e se ne apre un’altra”, in Italia si dice: “Se si chiude una porta si apre un portone” – anche se mi sono sempre chiesta perché la chiusura di una porta piccola comporti l’apertura di una più grande o perché un portone debba essere preferibile a una porta. Tant’è. Ripenso a tutte le volte che mi sono lasciata alle spalle qualcosa e cerco di aguzzare lo sguardo e scrutare l’orizzonte nel tentativo di scorgere un indizio, di anticipare il destino. Mi accorgo che in me (anche adesso come in passato) la curiosità vince la paura dell’ignoto. Così chiudo piano piano questa porta nell’attesa che si apra il famoso portone (o porticina, o porta a soffietto, o finestra, o, chissà, saracinesca) che mi faccia entrare nel futuro.  

sabato 27 maggio 2017

Le nozze di Figaro o le note della mia vita


È arrivato un nuovo dottorando nel nostro gruppo di ricerca. Un ragazzo dell’est, scuro di capelli e basso di statura, dall’aspetto serio, ma dalle risposte sarcastiche e i modi un po’ retrò. È arrivato, quindi, e io, con italico spirito di pronta accoglienza, lo invito a mangiare in mensa insieme. La conversazione fatica ad ingranare: sembra che non abbiamo molto in comune – nemmeno l’approccio alla filosofia, di cui entrambi ci occupiamo. Quando, a un certo punto, mi dice di essere un amante dell’opera. Quale gioia! Non solo riesco a intavolare una discussione, ma lui si dimostra un interlocutore spigliato e piacevole. A un certo punto mi chiede: “Qual è la tua opera preferita?”. Questa è una domanda che di solito non mi piace. Suona un po’ come: “Qual è il tuo piatto preferito?”, alla quale di solito rispondo banalmente “Tutto ciò che non contenga uvetta o cannella” (la cannella: il mio incubo stagionale nel periodo natalizio teutonico).
“Qual è la tua opera preferita?” – e mi sento rispondere senza esitazione Le nozze di Figaro.
Dopo qualche altro scambio di battute ci lasciamo e io mi metto a riflettere.
In effetti Le nozze di Figaro sono le note che mi hanno accompagnata ogni giorno in questi ultimi due anni. Non dimenticherò mai quando, nel 2015, mi sono trasferita, dalla Germania, in questa piccola città con una grande università, circondata dalle Alpi. Era settembre, ero un po’ ammalata e non sapevo che cosa mi aspettasse. Avevo paura di perdere quella sensazione calda di “sentirsi a casa” che avevo tanto faticato per raggiungere in Germania, paura di sentirmi di nuovo completamente straniera, sola in un paese di cui non conoscevo la lingua, avevo paura di non essere più abituata alla WG-Leben, ovvero alla vita da studenti in un appartamento condiviso, avevo qualche pregiudizio sugli svizzeri e sul loro modo di (non) rapportarsi con la gente e temevo che mi sarei sentita sola e in trappola, circondata da queste imponenti mura innevate.
Così, zaino in spalla e auricolari nelle orecchie, mi incamminavo a passo veloce lungo la strada principale, alla fine della quale mi aspettava la mia nuova casa, che non avevo ancora mai visto. Passai accanto alla pizzeria “San Marco” (in cui peraltro non ho mai mangiato, nonostante sia uno dei miei primi ricordi in questa parte della Svizzera). Ricordo esattamente che pensai che in ogni città del mondo, probabilmente, c’è una pizzeria chiamata “San Marco” (o “Bella Italia” o “Sole mio”), in cui probabilmente non lavorano nemmeno italiani. Sarei potuta essere ovunque.

Mi colpì il fatto che, sebbene fosse una bella giornata di sole e sebbene fosse quasi ora di pranzo, c’era pochissima gente sulla strada principale.

Mi colpì il fatto che tutti gli edifici intorno a me fossero grigiognoli, tanto che neppure il sole riusciva conferire alla città sembianze allegre: il grigio si mangiava il sole e inghiottiva tutte le case, le scuole, le chiese, i marciapiedi, le piazze, le insegne e i lampioni.

Continuavo a camminare e la strada mi sembrava interminabile, così mi abbandonai alla musica. Ascoltavo il finale del secondo atto delle Nozze e pensavo: “Comunque vada, qualsiasi cosa accada, Susanna farà scappare il paggio rinchiuso nel gabinetto e lei e Figaro riusciranno a imbrogliare il Conte”. Allora successe una cosa: più mi abbandonavo alla musica, più mi sembrava che la musica non solo si impossessasse di me, ma anche di tutta la città, spazzasse via il grigiore avvolgendo con un’aura magica tutto quello che, al primo sguardo, mi era sembrato scarno e banale.   




Così iniziò questa mia avventura in terra elvetica. Con il duetto Via, resti servita madama brillante percorrevo a passo svelto la grande e lunga strada fino all’università, sorridendo alla gente seria che ogni tanto (con mia sorpresa) smetteva di essere seria e ricambiava il sorriso; giunta davanti la porta dell’università, se nessuno guardava, aprivo con gesto plateale la porta automatica e il pubblico, nel mio lettore mp3, rispondeva con uno scroscio di applausi; di buon umore andavo su per le scale, entravo nel mio ufficio e davo inizio alla giornata tra Platone, parole battute sulla tastiera del mio computer e versi di Montale recitati a mente. Così trascorrevano le mie giornate e piano piano ho imparato ad amare questo posto: alcuni pregiudizi, è vero, ho dovuto confermarli, ma altri si sono rivelati dei semplici cliché. Dopo qualche mese la mia amica (svizzera tedesca) canticchiava cinque, dieci,venti, trenta, trentasei, quarantatré e nel nostro ufficio risuonavano le note di Mozart, Verdi ed Händel, quando i prof. non c’erano. Per montagne e per valloni, cantava Figaro mentre il mio bus si spingeva oltre le Alpi, durante il mio viaggio-Odissea per Milano, dove tenni una conferenza (Cherubino alla vittoria, alla gloria militar!). Quante lacrime, durate il primo inverno, ascoltando Dove sono i bei momenti?, sognando (e sperando) che il Conte si inginocchiasse anche davanti a me chiedendo perdono – ma non accadde. 

 Stare, in un giorno qualunque, sdraiati sul tappeto e ascoltare il finale e commuoversi. E la mia segreta passione per la voce da basso e l’interpretazione di Rod Gilfry (Mora, mora!).

 
 Ogni vittoria, sconfitta, paura, gioia sono state accompagnate dalle Nozze di Figaro, le note della mia vita. E adesso? Adesso il mio tempo qui sta giungendo a termine. Non so cosa mi aspetta nel futuro, non so da quale finestra potrò far tuffare e perdere il mio sguardo, non so quale idioma dovrò decifrare (imparare? amare?). Ci sarà ancora Figaro nella mia testa o saranno altre note a guidare i miei passi? Non lo so e, ve lo confesso, ho un po’ di paura. Ma è la curiosità a prevalere e sono pronta per affrontare, armata di musica, le sorprese a cui andrò incontro durante questa marcia.