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mercoledì 5 luglio 2017

Dire "ho tempo" e averlo davvero


Ancora non mi sono abituata a dire “ho tempo”, né tanto meno riesco a capacitarmi di averlo davvero. È una sensazione che non provavo forse dai tempi della scuola, quando arrivava giugno, l’edificio verdognolo, sede della mia scuola, chiudeva finalmente i battenti e io e la mia famiglia partivamo per il mare dove restavamo per un mese. Forse più a lungo? Non so dirlo: lì il tempo si dilatava, le giornate scorrevano lente tra passeggiate sulla spiaggia e lunghi bagni al mare, facendo il morto a galla quando il vento non c’era e l’acqua era uno specchio limpido o tuffandosi tra le onde quando c’era aria di tempesta, ignorando le urla di mia madre che mi intimava di non allontanarmi troppo.
Avere tempo. Allora non avevo né un’agenda, né un orologio – non posso più immaginare quale fosse la mia concezione del tempo laggiù. 



 Da quando ho iniziato l’università, invece, il mio tempo è stato scandito da lezioni, tesine e sessioni di esami e l’estate ha smesso di avere la forma dell’orizzonte e l’odore del mare. Triennale, specialistica, corsi estivi di tedesco, domande per borse di studio, ancora una laurea e poi il dottorato. Un tempo che non ho contato in giorni e mesi, ma in scadenze. Negli anni del dottorato, poi, non è cambiato soltanto il mio modo di percepire il tempo, ma anche lo spazio. I confini intorno al mio corpo si sono ristretti, mentre cercavo di allargare quelli della mia mente. Così il mio mondo consisteva quasi esclusivamente nel circuito stretto che mi portava da casa al mio ufficio o in biblioteca. L’università era la mia città e i suoi corridoi le mie strade. Mi sapevo orientare, mi sentivo padrona di quegli spazi. La rigida disciplina che mi ero imposta mi permetteva solo di rado di “sgarrare” e uscire da quel circuito per un pomeriggio o per qualche giorno di vacanza. Tuttavia anche in quelle rare occasioni non ho avuto l’impressione di “avere tempo” davvero, di averne legale possesso. Mi sembrava piuttosto di averlo rubato, che non fosse mio e che avrei dovuto renderne ragione.
Poi, finalmente, ho consegnato la tesi.
Devo ammettere che questo momento me lo ero immaginata diverso. Non so, più trionfale, forse, più enfatico. Invece tutto si è ridotto nel posare sul pavimento della segreteria quattro esemplari del mio lavoro, stampato e rilegato. Pensavo che dopo aver consegnato mi sarei sentita più leggera, più felice. Invece mi sono sentita solo un po’ persa e vuota, come un calzino rigirato. Uscendo dalla segreteria mi sono guardata intorno e ho capito di avere tempo e di avere riacquistato anche lo spazio, ma che non sapevo dargli un senso.
Bandita dalla mia città universitaria, confiscatemi le chiavi dell’ufficio che per me era casa, ho aperto gli occhi su una città che, seppur piccola, mi è apparsa improvvisamente immensa. Così, dopo la consegna, sono caduta in uno stato di profonda letargia. Mi sentivo debole e pensavo che da un momento all’altro mi sarei ammalata davvero. Ho trascorso una settimana tra divano del salotto e il balcone, sonnecchiando, osservando i tetti delle case, ascoltato le voci della vita fuori che non aveva affatto il ritmo del mio languido dormiveglia. Poi, piano piano, ho iniziato a sentirmi meno stanca, mi sono risvegliata da quello strano letargo e ho cercato di riadattare il mio corpo e la mia mente a questo spazio più grande e questo tempo nuovamente dilatato. Posso dire “ho tempo” e questo tempo mi appartiene, posso viverlo senza scadenze.
Potrei imparare una nuova lingua o mandare a memoria altri versi dell’Orlando furioso (dove ero arrivata?), potrei fare un viaggio prenotando il biglietto di andata e non quello del ritorno, potrei semplicemente leggere Der Radetzkymarsch sul balcone con le gambe al sole (da quanto tempo, poi, non mi abbronzavo?), potrei andare al mare e fare il morto a galla guardando il cielo, andare in bici verso un luogo, poi cambiare idea e proseguire per un’altra strada. Potrei decidere di fare qualcosa sul momento, improvvisando. Non mi ricordo nemmeno quando è stata l’ultima volta che l’ho fatto – e l’ho fatto? Avere tempo, che strana novità.



lunedì 3 luglio 2017

La consegna della tesi: una tragicommedia in tre atti



State scrivendo la vostra tesi di dottorato in Germania e vi sembra di vedere la fine? Vi sentite ormai vicini al traguardo? Dovrò deludervi allora e mettervi in guardia: prima di ottenere l’agognato titolo di “dottore” dovrete fare i conti con la burocrazia tedesca. Se avrete fortuna, una segretaria gentile e disponibile risponderà alle vostre domande e chiarirà i vostri dubbi. Se, invece, avete deciso di studiare in un luogo in cui il personale di segreteria non vanta di qualità tanto umane, allora il percorso che vi separa dal traguardo potrebbe diventare più lungo e, soprattutto, più ripido. Vi ritroverete da soli con un piccolo malloppo di fogli colorati (non certo per mettervi allegria, ma per distinguere l’Infoblatt, foglio di informazioni, dal Musterblatt, facsimile, e dalle varie Erklärungen che si dovranno allegare alla vostra tesi) scritte in Times New Roman 9, per essere generosi, in burocratese stretto, con tanto di asterischi singoli, doppi e addirittura quadrupli che si riferiscono alla Promotionsordnung che è consultabile sulla pagina internet della facoltà – anch’essa, naturalmente, scritta in carattere 9, in burocratese stretto. Una vera gioia.
Come potrete immaginare, io non sono stata tra quelli baciati dalla fortuna e, in questa avventura burocratica, ho dovuto cavarmela da sola. Mi sono detta: “Che cosa sarà mai! Ho già scritto la mia tesi di dottorato, queste sono solo le ultime formalità”. Le ultime parole famose.    
Mi reco così in segreteria, prelevo il suddetto plico di moduli e ritorno a casa armata di dizionario (guai a interpretare male qualcosa!) e tanta pazienza.
Qualche dubbio però mi resta. Il mio contratto non è un contratto qualsiasi perché si tratta di una cotutela tra due università di due nazioni diverse e i moduli si riferiscono soltanto a studenti che hanno studiato esclusivamente in Germania. Non ho scampo dunque: per evitare di fare pasticci devo farmi coraggio, andare nella tana del lupo e domandare.
Tra gli impiegati di segreteria qui ce n’è uno in particolare famoso per terrorizzare studenti e dottorandi, facendoli scappare in lacrime dall’orario di ricevimento. Sul suo conto girano tante voci – si dice addirittura che uno studente abbia abbandonato gli studi perché lui era riuscito rendergli impossibile immatricolarsi regolarmente. Quando sono arrivata in questa università lui era responsabile degli studenti di Bachelor, Master e dottorato, adesso, per motivi misteriosi (ma non troppo), è stato assegnato solo ai dottorandi, isolato dagli altri studenti e da tutti gli altri uffici, nell’ultimo piano dell’edificio, alla fine di una scala di legno scricchiolante. Non ho mai prestato fede a queste voci, “sono solo leggende”, mi sono detta. Del resto avevo già avuto degli incontri ravvicinati con lui e con me non si era mai mostrato particolarmente sgradevole. Sono arrivata persino a difenderlo (e credo di essere stata l’unica a prendere le sue parti, tra tutti gli studenti che conosco) quando qualcuno ne diceva male. Così mi appunto tutte le mie domande su un foglio e l’indomani vado al suo orario di ricevimento. Quello che è successo può essere descritto come una tragicommedia in tre atti.

ATTO I: Non fare domande.
Arrivo davanti alla porta del suo ufficio. Odore di polvere e penombra. Mi faccio coraggio e busso. Lui mi accoglie con un sorriso sghembo e un po’ ironico e mi chiede cosa desidero, non facendomi accomodare. Prendo allora posto di mia iniziativa, saluto di rimando, gli dico che ho finito la mia tesi di dottorato e che, prima di farla stampare, per non commettere degli errori, avrei voluto porgli alcune domande. Lui risponde: “Fragen sind immer schlecht”, che potrei tradurre con domandare non è mai un bene, e il suo seppur ironico sorriso sparisce, lasciando posto a uno sguardo severo. Non aspettavo una risposta di questo tipo, comincio a innervosirmi. Cerco di sottoporgli lo stesso le mie questioni, ma il suo sguardo spazientito mi mette in soggezione, incespico. Lui taglia corto. Mi dice scostante che tutto quello che devo sapere è scritto sui moduli e che se li leggerò attentamente non avrò bisogno di altro e mi mette alla porta.

ATTO II: Le cassette delle lettere non possono leggere.
Ho provato a fare quello che mi ha detto e cercare le risposte alle mie domande nel malloppo di fogli in burocratese del Promotionsverfahren. Ovviamente non le trovo, considerata la mia particolare condizione di dottoranda in cotutela, ma, visto il mio insuccesso in segreteria cerco di cavarmela da sola – chiedendo ogni tanto aiuto ad amiche e amici che si erano già addottorati qui. Soddisfatta del risultato, una bella mattina di fine giugno, vado in copisteria e faccio stampare la tesi. Che emozione trovarmi finalmente “faccia a faccia” con quello che per quattro anni è stato solo nella mia testa e nei file del mio computer! Prendo le copie destinate alla segreteria e ripercorro la nota scala scricchiolante che conduce davanti al temuto ufficio. Mi dico che non ho nulla da temere: ho fatto quello che mi aveva detto e adesso sto portando quanto richiesto dai moduli, durante l’orario di ricevimento.
“Buongiorno”.
“Buongiorno”.
“Ho portato le copie della mia tesi di dottorato”.
La sua faccia è contrariata. Scopro che quello è sì l’orario di ricevimento, ma non quello in cui è permesso ai dottorandi di consegnare le copie dei loro lavori. Era scritto sui moduli, avrei dovuto saperlo. “Capisco” dico “tornerò la prossima settimana allora”. “No” risponde austero “le lasci qui, le metta pure sul pavimento”. Comincio a spazientirmi, ma ripeto gentilmente: “Non c’è problema, ritorno la prossima settimana”. “Le ho detto di lasciarle lì!” ribadisce lui scandendo bene le parole e alzando il tono della voce. Obbedisco e depongo le mie copie dove mi aveva indicato. “Ha allegato anche i moduli?” chiede, e io: “Sì, vuole controllare?”. Mi guarda beffardo: “No. In questo momento io sono come una cassetta delle lettere e le cassette delle lettere non possono né leggere né ascoltare”. “Ok” rispondo mantenendo la calma e un tono pacato “immagino che se dovessero esserci problemi mi contatterete per e-mail o per telefono. Ho scritto tutti i miei dati sui moduli”. Risposta: “Come se non avessimo niente di meglio da fare che scriverLe delle e-mail. Non è questo il mio compito”. Stringo i pugni, ma sorrido. Avrei voluto dirgli “Qual è allora il vostro compito, di grazia? Sono venuta durante il vostro orario di ricevimento, non mentre stavate mangiando un panino in pausa pranzo o facendo merenda. Non sono venuta a ridosso della chiusura, quando stavate già pregustando il divano e una birra. Il vostro compito, durante l’orario di ricevimento per gli studenti, è proprio quello di ricevere gli studenti e rispondere alle loro domande!”. Invece non dico nulla e me ne vado con l’amaro in bocca. “Cosa importa?” mi dico “quello che conta è che io abbia consegnato la tesi, yuhu!”.

ATTO III: Perché non lo hai domandato prima?
Una telefonata mi risveglia dallo stato letargico in cui sono caduta dopo la consegna. È la segreteria. Mi dice che c’è un problema con la copertina della mia tesi. Non avrei dovuto nominare l’università della cotutela, ma attenermi strettamente al facsimile che si trovava tra i documenti del benedetto plico. Gli dico che mi sembrava giusto citare le due università, dal momento che riceverò il titolo da entrambe le istituzioni. Lui dice di no, che mi sarei dovuta attenere al facsimile e non fare di testa mia. Gli rispondo che pensavo che quel facsimile si riferisse soltanto ai dottorandi che hanno studiato esclusivamente in Germania e non a quelli in cotutela. Lui allora mi fa spazientito: “Se era in dubbio perché non ha domandato prima?!”. Certo, come se non ci avessi provato.

Se avete in mente di fare il dottorato in Germania vi dico allora pensateci, pensateci bene. Scrivere la tesi non è nulla in confronto alle (dis)avventure che dovrete affrontare al momento della consegna! Però, ve lo garantisco, ne vale la pena.

venerdì 23 giugno 2017

È solo un ufficio (?)


Che cosa pensate quando sentite la parola “ufficio?”. La maggior parte di voi dirà che un ufficio è un luogo di lavoro: quattro pareti, una scrivania (con su magari la foto del compagno, del consorte o della prole incorniciata) e una brutta sedia con le ruote. Forse alcuni di voi rabbrividiranno. Un mio ex fidanzato nutriva un odio viscerale nei confronti degli uffici – sia quelli aziendali che quelli universitari. Quando una volta gli dissi che mi sarebbe forse piaciuto lavorare in una casa editrice mi rispose con sprezzo: “Non vorrai stare nove ore al giorno chiusa in un ufficio? Diventerai stupida!”. Così nel mio immaginario gli uffici erano dei posti grigi in cui le persone venivano derubate della loro fantasia, della loro leggerezza e trasformate in ombre grigie, in automi.
Quando, due anni fa, mi trasferii in Svizzera il mio prof. mi comunicò che avrei avuto un ufficio, da dividere con un’altra dottoranda, un post-doc e un professore. Mi vennero in mente le parole di quel mio ex ed ebbi un po’ paura. Secondo lui il lavoro che nasce sulla scrivania di un ufficio non è come quello che nasce tra le mura di casa o su un prato e io non volevo “mettere al mondo” una tesi di dottorato grigia e scialba.
La prima volta mi presentai in ufficio diffidente. C’era solo il post-doc alla sua scrivania, la tapparella era chiusa a metà, la luce accesa e c’era un leggero odore di polvere. La prima cosa che chiesi fu: “Ma devo per forza lavorare qui o posso andare anche in biblioteca?”. La risposta: “Puoi lavorare dove vuoi”. Incoraggiata da quelle parole (avevo quindi una via di fuga in caso di emergenza) presi posto in quella che da quel momento in poi sarebbe diventata la mia scrivania.
Mi dovetti ricredere sugli uffici e presto in quell’ufficio mi sentii più “a casa” che nella stanza presa in affitto, in cui avevo la mia roba e nel cui letto trascorrevo le mie notti. Le persone lì dentro diventarono la mia famiglia: imparai a conoscere bene i loro ritmi e le loro abitudini. Ascoltavamo l’opera durante le pause, facevamo lunghe chiacchierate sui nostri lavori e sulle nostre vite. La brutta sedia con le ruote si rivelò molto, molto comoda e su quella scrivania scrissi pagine tutt’altro che grigie della mia tesi. Pian piano iniziammo ad arredare quell’ufficio come se fosse davvero casa nostra: una spedizione punitiva all’IKEA et voilà, ecco che un divanetto era pronto ad accogliere le nostre schiene stanche per una (breve!) pennichella dopo pranzo o per leggere un libro in orizzontale. Ordinammo (e ottenemmo) un bel tavolo rotondo che posizionammo al centro della stanza e che si trasformò nella “tavola rotonda” della nostra lettura e traduzione settimanale dei Memorabili di Senofonte. Nel periodo dell’avvento prendemmo l’abitudine di fare insieme una corona, porla al centro di quel tavolo e, ogni settimana, accendere una delle quattro candele. Era così bello guardare la fiamma scoppiettante – e ogni tanto spegnevo la luce per immergermi meglio nella magia del fuoco. Infine (ma per fortuna non alla fine!) comprammo anche una caffettiera elettrica! Se tra di voi c’è qualche italiano capirà l’importanza dell’evento. Che bello non dovere più ingurgitare la brodaglia marrone al vago gusto di caffè della mensa o delle macchinette, ma bere un caffè denso e profumato sul divanetto dell’ufficio.


È stata dura, due anni dopo, separarmi da quel luogo.
Mi ha lasciata indifferente consegnare le chiavi della camera del convento (della vita in convento vi racconterò un’altra volta) che è stato il mio alloggio nell’ultimo anno; non mi ha immalinconita lasciare la finestra (che pure mi piaceva) che si affacciava sul chiostro, sulla chiesetta e sul pioppo alto e sottile – che si dipingevano di nero alla sera, rischiarati, nelle rare notti senza nubi, da una luna tutta tonda. Invece non sono riuscita a trattenere le lacrime mentre raccoglievo le ultime cose dalla mia scrivania. “È solo un ufficio” mi diceva lui, per consolarmi “è solo un posto dove si lavora”. Evidentemente non aveva capito nulla. Una parte di me sarà sempre legata a questo posto, nel quale sono cresciuta, ho imparato, ho creato, ho riso, ho vissuto – che è stato, per me, una casa. Prima di andare via ho lasciato due cose: una lettera sul tavolo rotondo e una lacrima sulla scrivania – chissà se qualcuno la raccoglierà.