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mercoledì 15 novembre 2017

Quando il cielo è blu, prendi il cappotto!


In Germania una giornata di metà novembre con sole e cielo terso può significare solo una cosa: l’inverno è alle porte. L’ho imparato a mie spese la prima volta che sono andata a Berlino. Era fine dicembre di qualche anno fa, avevo trascorso le vacanze di Natale con la mia famiglia in Sicilia e avevo prenotato un volo diretto Catania-Berlino. Finalmente avrei visitato la capitale! Quell’inverno mediterraneo era particolarmente mite: nel mio paese dell’entroterra c’erano 15 gradi, a Palermo – dove vado ogni volta che posso perché è la città italiana in cui più mi sento a casa – 18 circa. Io avevo lasciato una Germania freddina, ma non freddissima, e facevo la sborona andando in giro senza cappotto davanti agli occhi allibiti di parenti e amici per i quali ero ormai diventata una tedesca a tutti gli effetti.
Il giorno della partenza sono andata all’aeroporto vestita a strati in previsione della Germania. Immaginavo che a Berlino ci sarebbe stato più freddo – non ero ingenua fino a questo punto. Sono arrivata che era già buio, tirava vento e pioveva. Ero però così eccitata di essere finalmente arrivata che sul momento non ho badato molto al tempo. Ho cenato e sono andata a dormire.
Sono stata svegliata, il giorno dopo, da un raggio di sole che filtrava allegro attraverso i vetri un po’ sporchi della mia camera. Mi sono alzata un po’ intontita, ho guardato fuori e non potevo credere ai miei occhi: un cielo azzurro e limpido così non c’era nemmeno in Sicilia – mi sono detta. Quale tempo migliore per la mia prima spedizione in città? Sono scesa di sotto, ho fatto una colazione frugale, mi sono lavata e preparata per uscire. Incoraggiata dal sole ho indossato (lo ricordo come se fosse successo stamani): un paio di collant pesanti, ma non di lana, una gonna di jeans, una maglia di misto acrilico con su una giacchetta senza ambizioni e un giubbino rosso imbottito ma corto. Niente guanti. Niente cappello. Stavo per lasciare la casa quando lei mi dice “Sei sicura di volere uscire così? Fa molto freddo oggi”. Le rivolgo un sorriso sghembo mentre penso: “Esagerata! Questi tedeschi pensano che solo perché vengo dal sud dell’Europa non sono in grado di sopportare il freddo teutonico. Vivo già da qualche annetto in Germania, non è il mio primo inverno qui”. Più per accontentarla che per tranquillizzarla porto con me anche una sciarpa. Appena fatto qualche passo sul vialetto davanti casa mi sono subito pentita del mio outfit, ma un po’ per orgoglio e un po’ perché avevo paura di perdere l’autobus mi sono decisa di non tornare a cambiarmi. Non credo di avere mai sentito freddo come quella giornata a Berlino: il gelo arrivava fino alle ossa, non avevo più la sensibilità nei piedi, che mi facevano male, non potevo tirare fuori le mani dalle tasche (e infatti ho fatto pochissime foto), ogni mio respiro produceva una nuvoletta di fumo, le orecchie erano diventate due ghiaccioli. Correvo da un museo a un bar e da un bar a un museo e quando finalmente la sera sono arrivata al teatro dell’opera mi sono lasciata cullare dal tepore della sala al punto che ho rischiato un paio di volte di addormentarmi – cosa che non mi succede mai quando ascolto l’opera. Non che non ci fossero e non ci sarebbero state giornate fredde nella mia vita (mi sono rotolata su metri di neve delle Alpi, ho visitato città più al nord, ci sono stati inverni più rigidi nei posti in cui ho abitato). Solo non me l’aspettavo. Il freddo mi ha presa in contropiede ingannandomi con un cielo blu e un sole gelido. Il cielo grigio, le nuvole basse e minacciose sono molto meno infidi di una giornata limpida in inverno qui.
Ho imparato così la lezione: se in Germania il cielo è terso, prendi il cappotto!

lunedì 25 settembre 2017

Avventura andalusa. Terza tappa: Málaga


A Málaga sono costretta a ridimensionare un po' le mie aspettative. È carina e c'è tanto da vedere: il museo di Picasso, la sua casa natale, la Cattedrale, il Castillo de Gibralfaro e l’Alcazaba – una fortezza araba costruita sulla base di una fortezza fenicio-punica – ma ho ancora davanti agli occhi i tesori di Siviglia e di Cordoba, quindi non riesco a stupirmi davanti alle bellezze di questa nuova città. Credo che l'Alcazaba mi avrebbe incantata se non avessi visitato prima l’Alcázar di Siviglia e la casa di Pilato; ­quindi se progettate un viaggio in Andalusia e avete intenzione di visitare anche Málaga vi consiglio di cominciare da qui e fare il percorso inverso. 


Sono già un po’ stanca dai giorni passati, trascorsi rimbalzando da una parte all’altra delle città che ho visitato, con la smania di voler vedere tutto, di non sprecare un istante. Ho i piedi doloranti e sono sfossata dal caldo umido della città marittima, così decido di rallentare il ritmo e trascorrere qui qualche pigra giornata da turista sfaticata.
La mia attuale “casa” è diversa dalle sistemazioni precedenti: per la prima volta da quando sono partita non “abito” in centro, ma in periferia – e le periferie delle città si assomigliano un po’ tutte: strade aperte al traffico, negozietti di frutta e verdura, supermercati, discount, negozi cinesi, estetiste, parrucchiere. Mi ricorda il quartiere in cui ho abitato lo scorso inverno ad Atene. L’appartamento in cui mi sono insediata è molto carino. Sembra una grande WG (in tedesco: Wohngemeinschaft, ovvero appartamento condiviso) con quattro camere, nelle quali soggiornano gli ospiti della struttura, due bagni (uno ogni due camere), un soggiorno, una cucina e due grandi terrazze. A me tocca una piccola camera con un letto a castello un po’ sfondato da una parte e un climatizzatore a gettoni. Nonostante non sia oggettivamente bella, questa camera ha un qualcosa che non so spiegare, che mi rassicura, mi accoglie e mi fa subito sentire a casa.
Condivido il bagno con una donna francese che non parla altra lingua all’infuori della sua (e sono molto contenta che il mio soggiorno in un’università francofona in Svizzera mi abbia resa capace di conversare anche in francese), e la cucina con una coppia cilena sulla sessantina che parla solo spagnolo. Nel mio spagnolo zoppicante trascorriamo a chiacchierare sulla terrazza più di una sera, consumando le nostre cene. Loro sono molto dolci e simpatici. Dopo pochi quarti d’ora insieme mi trattano quasi come fossi figlia loro: mi chiamano chica o mi corazón, lui mi spiega cosa fare e cosa non fare in città, in quale lido andare a fare il bagno, che autobus prendere. L’ultima sera si offre di prenotare per me (in spagnolo) un taxi per l’indomani per andare alla stazione dei bus, dalla quale sarei dovuta partire per Granada. Poi ci separiamo con grandi abbracci e molti auguri per il futuro e andiamo a dormire.
Anche la donna che gestisce l’appartamento, Graciela, è molto simpatica e anche lei parla solo spagnolo, al contrario di suo marito Jorge che conosce sia l’inglese che l’italiano. Graciela è una donna di quasi sessant’anni, molto dinamica e divertente. È con lei che faccio, per pochi euro, la prima manicure della mia vita in un piccolissimo salone di bellezza sotto casa (e credo che quello sia il posto in cui ho imparato più parole in spagnolo fin ora).
Qui a Málaga trascorro le giornate facendo lunghe e lente passeggiate nel centro città, facendo piccole soste in qualche negozietto e visitando, con molte pause, le attrazioni turistiche e i siti d’interesse. Ogni volta che scorgo una panchina all’ombra, mi ci fiondo e prendo posto per rifocillarmi dal caldo soffocante e dalla stanchezza. Scrivo lunghe cartoline e pagine del mio quaderno, cerco di imprimere i miei pensieri e le mie impressioni su carta, trasformare in inchiostro il groviglio di emozioni che mi attraversano mente e cuore.  


Per la prima volta dal mio arrivo in Spagna mi concedo dei pasti tranquilli e abbondanti, non più i pranzi frugali e improvvisati consumati all’interno  dell’Alcázar di Siviglia o sulla piazzetta davanti alla Mezquita di Cordoba: scopro un piccolo ristorante di tapas non lontano dal centro e divento cliente abituale. L’ultima sera del mio soggiorno a Málaga mangio finalmente la paella e mi chiedo perché non l’abbia fatto prima. Voglio infine sfatare un pregiudizio: non è vero che in Spagna il gelato è cattivo. Prima di partire, una conoscente mi aveva messa in guardia: “Non prendere il gelato lì”, mi aveva detto, “se hai fortuna non sa di nulla, se non hai fortuna è disgustoso”. Evidentemente ho avuto più che fortuna, perché a Málaga ho mangiato un gelato buonissimo (la gelateria si chiama Nonna, se può interessarvi).
Non sono riuscita a vedere uno spettacolo di flamenco come si deve, ma in compenso ho comprato un paio di scarpette: ho intenzione di tornare a ballare. Porterò almeno un po' di Spagna con me nell'inverno freddo che mi aspetta. 

Ormai il mio soggiorno qui sta volgendo al termine. Domani sveglia alle 5:00. Alle 6:30 parte l’autobus che mi porterà nell’ultima sognata tappa di questa avventura: l’Alhambra di Granada.

martedì 19 settembre 2017

Avventura andalusa. Seconda tappa: Cordoba



È tempo di lasciare Siviglia. A malincuore rimetto nello zaino i libri, la mia (non sempre affidabile) guida crucca dell’Andalusia, le cartoline, un paio di regalini, i miei pochi indumenti e guardo per l’ultima volta la camera che per qualche giorno ho chiamato “casa”, suscitando l’ilarità e talvolta la simpatia dei miei interlocutori. Dopo aver accertato (a quanto pare anche la fisiognomica lo conferma) e accettato la mia condizione di straniera ovunque, mi sono arrogata il diritto di sentirmi a casa dappertutto, chiamando casa tutti i luoghi in cui mi sono insediata, in cui mi sono sentita bene. E a Siviglia mi sono sentita a casa.
Per una nomade, però, nessuna casa è definitiva, così raccolgo zaino e ricordi e mi dirigo alla stazione del bus. Prossima tappa: Cordoba.
Prendo posto sull’autobus spazioso. L’autista, dopo aver controllato i biglietti, accoglie ogni passeggero porgendogli un sacchetto di carta contenente: uno snack, una bottiglietta d’acqua e un paio di auricolari. Il lusso. Non mi era mai capitato di vedere un bus così chic: comodo e lindo, sedili in pelle reclinabili con poggiapiedi regolabile, piccolo schermo davanti a ogni sedile per guardare un film o ascoltare della musica – altro che gli autobus della compagnia verde risparmio che prendevo abitualmente per andare in Svizzera (con il wc rotto e puzzolente e i sedili squinternati)!
Rinuncio tuttavia a una fetta di questo lusso decidendo di ignorare lo schermo, indosso le cuffiette del mio inseparabile lettore mp3 e mi accomiato da Siviglia ascoltando ancora una volta Il Barbiere, che è la colonna sonora di questo mio viaggio.
Il paesaggio che scorre davanti ai miei occhi non è dissimile da quello che vedo dall’autobus che, in Sicilia, dall’aeroporto di Palermo mi porta alla stazione del mio paese, tanto che per un attimo, in uno stato di sonnolenza, mi sembra di vedere il profilo delle sue stranote case. Trasalisco. Poi mi ricordo di essere in Spagna e mi lascio cullare dal rumore del motore.
Guardando la cartina dell’Andalusia non mi ero resa conto di quanto fossero grandi le distanze tra una città e un’altra. O meglio: non potevo rendermi conto di quanto sembrassero grandi tali distanze, dal momento che sulla cartina non si vede che tra un centro abitato e l’altro non c’è niente – all’infuori di distese a perdita d’occhio di terra bruna e di campi bruciati dal sole. Dopo qualche ora di viaggio e qualche quarto d’ora di sonno faccio finalmente la conoscenza di Cordoba, la città dei Califfi, di Averroè e di Maimonide. Ad accogliermi ci sono 40 gradi e un sole che, nonostante siano appena le 10.30 del mattino, picchia e brucia e intimorisce i turisti più biondi che iniziano a ungersi di creme solari dall’odore pungente.
Dopo una piccola sosta in un bar, nel quale faccio colazione con pane e pomodoro e un zumo de naranja por favor, mi dirigo alla Mezquita, letteralmente il “luogo dove prostrarsi”, oggi nota come Grande Moschea o Moschea-Cattedrale. 

Non credo di avere mai visto nulla di più impressionante. Entro in quella che, a prima vista, mi sembra un’immensa moschea (al già imponente edificio originario, progettato dall’emiro Abd al-Raḥmān I, sono stati aggiunti tre grandi ampliamenti commissionati da ʿAbd al-Raḥmān II prima e da al-Ḥakam II dopo). Cammino tra arcate e colonne, per colore e forma tipiche dell’architettura islamica. I cunei bianchi e rossi e la ripetizione ritmica dei capitelli mi danno l’impressione che lo spazio si dilati all’infinito e che i confini siano irraggiungibili. 
 Ma proprio quando il mondo arabo mi ha rapita al mio e ho l’impressione di trovarmi non in Spagna ma in un racconto delle Mille e una notte, ecco che vedo una croce, un altare cattolico, una raffigurazione dell’ultima cena, la statua di un santo, quella della Madonna. Disorienta continuo a camminare fino a quando, improvvisamente, mi trovo sotto la cupola bianca e dorata della Cattedrale barocca. Lo stupore. L’incredulità. 

Con questo video vi mostrerò il percorso inverso, che vi porterà dalla Cattedrale fino all’ampliamento di Al-Hakam II, con le sue arcate polilobate e il dorato Mihrab, punto di riferimento per la preghiera dei musulmani: una nicchia a otto lati, delimitata da archi che rappresentano le porte per l’aldilà, attraverso le quali dovevano ascendere le preghiere dei fedeli, la quale termina in una cupola a conchiglia, simbolo della vita.

Questa insolita mescolanza di religioni e influenze, che oggi forse ci stupisce, sta invece alla base della cultura andalusa, luogo in cui hanno convissuto – ora in pace, ora in reciproca tolleranza, ora in guerra – religioni e culture diverse: si tratta infatti di un Paese dominato dapprima dal Califfato arabo-islamico e successivamente conquistato dall’estremo cattolicesimo europeo (non per niente Cordoba era sede di uno dei tribunali speciali dell’Inquisizione).

Tale convivenza di culture e religioni è testimoniata anche dalla presenza di un quartiere ebraico, la Juderia, ovvero l’antico ghetto abitato dagli ebrei fino a quando i Re Cattolici, nel XV secolo, li espulsero dalla città. È più grande della Juderia di Siviglia e in essa si trova anche una Sinagoga che dicono essere molto bella – cosa che purtroppo non ho potuto verificare con i miei occhi perché in estate tutti i principali siti di interesse a Cordoba (la Sinagoga, l’Alcázar e Museo Taurino – che pure non mi interessava) chiudono alle tre del pomeriggio. Continuo a passeggiare così perdendomi nelle stradine della Juderia, immaginando un tempo senza turisti in cui, in questi vicoli, in mezzo a queste case imbiancate a calce, filosofi arabi e pensatori ebrei hanno partorito e messo per iscritto le loro idee. Passo sognante attraverso la via dedicata ad Averroè. 


Senza accorgermene arrivo infine in Plaza de Tiberiades e mi imbatto in una figura familiare: si tratta della statua di Mosè Maimonide, autore della Guida dei perplessi, che avevo studiato durante il mio ultimo anno di università a Palermo e che mi aveva tanto impressionata. E siccome perplessa lo sono tutt’ora – e forse ancora più che in passato – tocco la punta della sua scarpa e intrattengo con lui una conversazione silenziosa e confidenziale.

Chissà, forse il tocco di quella scarpa renderà un po’ più saggia anche me.





mercoledì 13 settembre 2017

Avventura andalusa: straniera, una forma di vita


Mentre mangio una tapa nel locale affollato di una strada non lontana da “casa mia” qui a Siviglia, sento il suo sguardo su di me. Corrugo la fronte con espressione interrogativa e un po’ di disagio: non mi piace quando qualcuno mi fissa. “Ho qualcosa che non va?” chiedo, immaginando di avere qualcosa tra i denti. “No, è solo che hai un volto interessante”.
Interessante lo si dice anche davanti di un’opera d’arte astratta di dubbio gusto. Glielo faccio presente.
“Non mi fraintendere, è un complimento” continua “hai i lineamenti da gitana – come Esmeralda del Gobbo di Notre-Dame”.
“Una zingara allora?”, rido.
“Una nomade” conclude. 

Una nomade, è vero. Non ha sbagliato questa persona che mi conosce appena. Che mi sia scritto in faccia il mio destino?
Mi viene in mente il frammento di un dialogo del poco conosciuto filosofo socratico Fedone, Zopiro. In questo dialogo il fisionomista Zopiro, dopo aver osservato attentamente i tratti del volto di Socrate, dichiara che il suo aspetto esteriore farebbe pensare a una natura intellettualmente limitata e incline ai vizi. Gli amici di Socrate ridono: questo fisionomista deve essere un incompetente o un ciarlatano! Come fa a dire che Socrate, maestro di virtù e di temperanza, sia ottuso e vizioso? Solo Socrate non ride e anzi guarda Zopiro con divertita ammirazione. “Ci hai visto giusto, caro Zopiro, ti faccio i miei complimenti”. Gli amici di Socrate improvvisamente smettono di ridere e guardano increduli prima Socrate, poi Zopiro e poi di nuovo Socrate. Cosa sta dicendo? È impazzito? Socrate aggiunge: “Quello che dici su di me è vero, ma io sono riuscito a domare la mia natura viziosa attraverso il logos”.
Che cosa avrebbe detto Zopiro di me? Una persona che mi conosce da tre giorni ha visto una nomade nei tratti del mio viso –­ forse era scritto già lì il mio destino, anche quando abitavo in un piccolo paese dell’entroterra siciliano e non conoscevo altra lingua all’infuori della mia e del mio dialetto, anche quando non avevo ancora oltrepassato i confini nazionali e a malapena quelli ragionali. Nomade.
Forse Socrate mi direbbe che ciò che i tratti somatici rivelano si può cambiare, educare, domare. Ma in fondo non mi dispiace essere nomade.
Straniera dappertutto e dappertutto a casa. 


lunedì 11 settembre 2017

Avventura andalusa. Prima tappa: Sevilla


Il viaggio che mi ha condotta in Spagna mi ha fatto attraversare non soltanto tre nazioni in tre giorni, ma anche tre stagioni: ho lasciato un clima d’inizio inverno sulle montagne dei Grigioni, sono passata attraverso un autunno piovigginoso milanese per giungere alla bollente estate spagnola, con i suoi 38 gradi. Sotto il sole ancora rovente del tramonto che tinge di arancione le facciate degli edifici bianchi e l’odore di cavallo che invade le narici dei passanti e dei turisti sulla piazza della Cattedrale di Siviglia inizia la mia avventura andalusa.
La Spagna mi sorprende subito per la sua organizzazione. Nel mio immaginario era un posto un po’ caotico, non troppo dissimile dall’Italia. Credevo che, come nel mio paese d’origine, i mezzi di trasporto fossero sempre in ritardo (sia a Palermo che in alcune zone di Milano – soprattutto in estate – bisognava affidarsi a un oracolo per sapere quando il bus sarebbe passato e ringraziare tutti i santi se il bus si decideva davvero a passare), che le persone fossero pigre e le strade un po’ sporche. Come in Italia. Quel mio lui, del resto, quando eravamo insieme, diceva sempre tutto il male possibile degli spagnoli, dipingendoli come svogliati e ottusi. Io non ero mai stata in Spagna e di spagnoli non ne conoscevo. Così, senza rendermene conto, avevo lasciato che nella mia testa si corroborasse un cliché di cui, fino ad ora, non mi ero nemmeno curata troppo.
Svolta.
Già dal primo giorno in Andalusia mi rendo conto che l’Italia è assai più indietro rispetto alla Spagna – e che di simile hanno solo la lingua e quella disinvoltura dei modi della gente tipica dei paesi mediterranei. Punto.
Tutti i bus in orario, città molto organizzate (a misura di pedone e a prova di turista – anche del più imbranato come me, che ho il senso dell’orientamento di un lombrico ubriaco) e strade linde. Mi stupiscono gli impiegati sprint della nettezza urbana che, dopo l’una di notte, scorrazzano per la città con i loro camioncini, si fiondano (letteralmente!) sui bidoni dell’immondizia, li ripuliscono procedendo a una velocità impressionante, mentre i loro colleghi inondano le strade di acqua insaponata e le spazzano. Altro che pigrizia! 4 a 0 per la Spagna – e non solo nei Mondiali di calcio.
Il mio viaggio alla scoperta dell’Andalusia inizia qui a Siviglia e mi porterà a Malaga passando per Cordoba per giungere (finalmente!) all’Alhambra di Granada. 

Per me Siviglia è un sogno. È la città che ha ispirato grandi (e meno grandi, ma pur sempre importanti) compositori, che l’hanno scelta come teatro delle loro opere. È la città delle Nozze di Figaro di Mozart, del Barbiere di Siviglia di Rossini e della Carmen di Bizet, criticato in maniera così sottilmente ironica da Nietzsche in Der Fall Wagner, ma a cui voglio bene, trattandosi della prima opera che io abbia mai visto dal vivo ­ e addirittura alla Scala di Milano!

In questa città quasi a ogni passo mi imbatto in uno dei posti dell’opera. 
Mi entusiasmo quando scopro che a due passi dal posto che per pochi giorni chiamerò “casa” c’è il balcone di Rosina del Barbiere

Il balcone sotto cui Lindoro (pseudonimo usato dal Conte di Almaviva) le aveva cantato una serenata, aveva pregato Figaro di aiutarlo ad escogitare degli stratagemmi per potersi intrufolare in casa del dottor Bartolo e rivelare a Rosina i suoi sentimenti, nella speranza di essere ricambiato e andare via con lei come marito e moglie. 
Torno lì una sera, prima di ritirarmi nella mia stanzetta, mi siedo sugli scalini di pietra ancora caldi del sole del giorno, nonostante sia già buio, metto gli auricolari del mio lettore mp3 e mentre ascolto l'aria di Lindoro Se il mio nome saper voi bramate inizio a fantasticare. 


Il giorno seguente decido di andare alla ricerca del vero barbiere di Siviglia – o per meglio dire di un barbiere vero a Siviglia ­ e lo stano in un salone di Calle Sierpes. Con un po’ di imbarazzo gli chiedo, nel mio spagnolo traballante, di lasciarsi fotografare e gli spiego perché. Lui è divertito e mi lascia fare. Scambiamo ancora qualche parola e lo prego di non svelarmi il suo vero nome: per me resterà così Figaro, il barbiere di Siviglia. 
 

Nella Juderia trovo il posto in cui Carmen scappa inseguita dai soldati e poco più avanti la strada nella quale si trovava la taverna in cui incontra Don José ed Escamillo.  
Mi imbatto in luoghi dell’opera persino quando sto cercando qualcos’altro. Quando, nonostante le tante indicazioni stradali, mi perdo per le strade della città finendo dalla parte opposta del posto che volevo raggiungere (l’ho detto: lombrico ubriaco), vedo un palazzo imponente e bellissimo e mi chiedo che cosa possa essere. Ipotizzo che si tratti non meno di un palazzo reale.  





Mi avvicino, allora, sperando che un qualche cartello informativo mi sveli l’arcano. L’organizzata Spagna anche stavolta non mi delude e di nuovo mi stupisce: è un’ex fabbrica di tabacco – quella stessa fabbrica in cui è ambientata la Carmen – oggi sede della facoltà di Lettere e Filosofia dell'università di Siviglia.

Insomma, pur non essendo andata all’Opera, qui l’Opera la vivo davvero.  

L’avventura però è appena cominciata: da domani mi metterò sulle tracce dei filosofi arabi e dei sultani delle mille e una notte, alla scoperta dei luoghi che hanno visto convivere – in pace e in guerra – tre culture e religioni. Dall’Alcázar di Siviglia all’Alhambra di Granada.

venerdì 1 settembre 2017

Dalla Svizzera all’Andalusia passando per Milano


Eccomi di nuovo in viaggio. Zaino in spalla (sì, lo ammetto: sotto l’influsso teutonico ho abbandonato il classico trolley da brava-ragazza-in-viaggio italiana, per iniziarmi alla pratica dello zaino – poco elegante, ma molto più leggero e maneggevole), scarpe di tela ai piedi (che hanno sostituito le mie inseparabili Wanderschuhe dei percorsi alpini) e tanta emozione per questa nuova avventura, mi preparo ad attraversare tre nazioni in tre giorni: dalle Alpi svizzere all’Andalusia – passando per Milano.

Sono in treno con il naso incollato al finestrino. Vedo sfilare davanti al mio sguardo laghi, alberi, case. Vorrei catturare ogni immagine, conservarla nella memoria e riesumarla quando l’inverno buio mi richiamerà al lavoro. Le Alpi ­- temute e ormai amate sovrane elvetiche – si fanno sempre più piccole e vengono risucchiate dalle distese verdi e dalle risaie della pianura Padana. Lo sguardo spazia libero, senza più ostacoli. Palazzoni e case di dubbio gusto estetico prendono il posto delle baite e delle casette di montagna che puntellavano il paesaggio che fino a pochi minuti fa sfrecciava davanti ai miei occhi. Sento già un po’ di nostalgia della vita “selvaggia” tra camminate, scalate, bagni nel fiume freddo, latte appena munto preso ogni sera dal contadino e patate raccolte nell’orto. Sento la vita pulsante, caotica, rumorosa e un po’ maleodorante della grande città che si avvicina e mi obbligo a riordinare i miei pensieri e il mio modo di percepire il mondo: per quasi un mese ho vissuto in un villaggio di dodici case inerpicato sulle montagne dei Grigioni, incontrando ogni giorno solo pochi sguardi conosciuti e tra qualche ora sarò catapultata nella metropoli, capitale della moda e dell’industria italiana, stretta in una metropolitana insieme a centinaia di persone sconosciute, pigiate l’una all’altra come sardine in scatola. 

Eppure Milano mi piace, mi trema un po’ il cuore al pensiero di tornare lì.

Ci ho vissuto per un anno e mezzo – poco in confronto alla durata di una vita media, ma tanto se penso a tutto quello che lì è accaduto. Lì si è verificata la prima grande frattura della mia vita, lì il più grande sconvolgimento che ha trasformato la ragazzina ingenua di provincia nella donna – molto imperfetta, ma più piena di immagini, colori, dolori, sogni, delusioni, vittorie e curiosità – che sono ora. Ma questa è un’altra storia – e qui non ve la racconterò.

Milano è per me la città della libertà, della scoperta, il posto in cui, l’ho già detto, ho sentito, per la prima volta limpida la voce del mio pensiero. È la città dei musei, del teatro, della Scala, di un’università nuova. La città della prima metropolitana che io abbia visto e preso, la città della puzza e della fretta. La città delle amiche e dei conflitti, dei giri in bicicletta, delle corse e del “bosco in città”. La città di molto altro, che sarà sempre nel mio cuore.

Oggi però è solo la città che mi ospiterà per una notte e due mezze giornate e da cui domani prenderò l’aereo che mi porterà nell’ultimo luogo di questo mio lungo peregrinare estivo: l’Andalusia. L’ho sognata, l’ho immaginata, ho guardato lunghi documentari ambientati a Siviglia, a Cordoba, a Granada e tra una notte e qualche ora sarò davvero lì.
Devo solo prendere la giusta coincidenza del treno e non addormentarmi poco prima della mia fermata, come ho già fatto una volta. Devo solo non perdere l’aereo. Seppure imbranata e un po’ sognante, credo di potercela fare. Cara Andalusia, sto arrivando!
  

domenica 20 agosto 2017

La scalata (1° parte)


La sveglia suona alle 4:00 del mattino accompagnata dai quattro secchi rintocchi della campana della chiesa del villaggio e mi strappa dal mondo sognato per riportarmi in quello reale. Ci metto qualche secondo per ricordarmi dove sono e perché la sveglia suona mentre fuori è ancora buio.
La scalata, giusto.
A tastoni cerco gli occhiali, li trovo e il inforco. Sento le sveglie suonare anche nella camera accanto alla mia e in quella di sopra, sbadigli, rumore di passi sul pavimento di legno scricchiolante della casa di montagna. Pochi minuti e la casa si anima: un viavai su e giù per le scale, voci stranote, accenti stranieri. Borracce, corde, torce. “Dimentico niente?” “Chi ha preso le mele?” “Ricordate di prendere i documenti: passeremo il confine”. Siamo pronti. Esco per prima di casa e l’oscurità mi ingoia. L’aria è fredda e mi pizzica la pelle. Tiro su il cappuccio della mia giacca a vento azzurra. Osservo il profilo delle Alpi imponenti, misteriose, minacciose. Dei giganti muti e immobili. Mi sembrano mura invalicabili – riuscirò davvero oggi ad arrivare fin lassù? 


Ci mettiamo in macchina e guidiamo fino a un paese vicino, da dove inizia il sentiero del nostro percorso. “Lass uns gehen, andiamo” dice la nostra guida e ci immergiamo nel bosco.
Il sole non ha ancora rischiarato le cime e queste prime ore del mattino hanno ancora i colori della notte. Accendiamo le torce frontali per non inciampare in qualche sasso o radice sulla via. Intorno a noi il bosco vive: sentiamo i rumori degli animali che fuggono sentendoci arrivare, che ci osservano guardinghi nascosti dietro ai cespugli. Qualche uccello canta, c’è odore di foglie umide e di terreno. Lui ci precede con passo deciso sul sentiero in salita, sicuro e veloce, quasi camminasse su una strada pianeggiante. Io arranco un po’ e lotto ancora contro il sonno, ma riesco a tenergli dietro.
La salita è dura: sento gli scarponi da trekking che strofinano dolorosamente i miei talloni, i quattro chili liquidi che porto sulle spalle – la riserva d’acqua della nostra avventura – rendono più pesanti i miei passi. Piano piano il sole si affaccia sulle cime. Mi fermo per guardare il mondo che prende colore, le forme delinearsi: uno spettacolo meraviglioso che non avevo visto prima, mai. Rimango qualche minuto ferma, imbambolata. 


 Schnell, veloce” mi dicono da dietro: dobbiamo sbrigarci a salire prima che il sole inizi a bruciare. Giusto, andiamo. Lentamente superiamo il limite del bosco. Niente più alberi intorno a noi, solo piccoli cespugli, fiori alpini, rocce. Mi sono già liberata della torcia frontale e della giacca a vento. Ormai il sole è alto nel cielo, ma tira vento e non sentiamo la potenza dei suoi raggi.  
Finalmente facciamo la prima pausa. Mai l’acqua mi è sembrata così fresca, mai una mela così succosa e fragrante. La mordo e la mastico guardando il panorama e non mi pento di avere abbandonato alle 4 del mattino il tepore del letto. Anche gli altri stanno mangiando: chi seduto su una roccia, chi sdraiato sull’erba. 
Manca però ancora un bel po’ alla cima così, nonostante i piedi già doloranti e le gambe stanche ci rimettiamo in cammino. Sono le 12:30 quando arriviamo a una biforcazione: un sentiero porta in basso e poi nuovamente in salita verso la nostra meta e un altro (che si riconosce appena tra l’erba e i cespugli) che si inerpica su per la montagna e più che un percorso da trekking sembra un sentierino per capre. E infatti eccole lì le capre, in alto, sopra di noi, che mangiano tranquille o si rilassano sotto il sole appollaiate su rocce decisamente in bilico – mi vengono le vertigini solo a guardarle! All’improvviso, in mezzo a tutto quel belare, sentiamo una voce umana. Alziamo lo sguardo e finalmente distinguiamo la figura di un pastore: un ragazzetto di sedici anni o giù di lì che corre su e giù senza sforzo apparente sul sentiero ripidissimo per raccogliere le capre e riportarle a valle. Mi torna in mente Peter del cartone animato Heidi, che guardavo da bambina. Improvvisamente mi sento goffa e pesante: a guardare lui sembra così facile inerpicarsi per quei sentieri di montagna, mentre io avevo faticato tanto (e fino a quel momento ero anche abbastanza orgogliosa della mia prestazione) per arrivare fin lì. Ma tant’è. Cancello mentalmente “pastorella” dalla lista dei lavori che potrei fare “da grande” e saluto il professionista. Lui ci saluta di rimando e ne approfittiamo per chiedere informazioni sui sentieri. Lui ci dice: la via che va in discesa e poi nuovamente in salita è molto più lunga, ma sicuramente più facile e più bella. L’altra via (il sentierino per capre, per intenderci) è più breve, ma molto più pericoloso. Detto questo sparisce in quattro balzi, insieme alle sue capre. Noi ci guardiamo un po’ titubanti ­ che cosa fare? 
Dopo qualche minuto di esitazione decidiamo, quasi unanimemente, di tentare la fortuna su per il sentiero delle capre…

martedì 8 agosto 2017

Straniera: una forma di vita (1° parte)


Poter dire "sono a casa"


Da quasi sette anni non vivo più in Italia. L’entusiasmo iniziale mi aveva fatto credere – che imbroglio! – che non avrei sentito nostalgia di “casa mia”, che le ragioni che mi avevano fatta partire non potevano essere messe in discussione, che il Paese che mi aveva accolta incarnasse una sorta di terra promessa in cui sarebbe stato possibile realizzare i miei sogni. C’era la novità, c’era l’amore. Alle mie spalle lasciavo un posto grigio – che pure è chiamato “terra di maggio” – promesse non mantenute, lavori non retribuiti, un mondo universitario poco trasparente con gerarchie tutte sue. Davanti a me immaginavo, sognavo – quindi vedevo – un futuro in cui tutto era possibile. Poi c’era il divertimento di imparare una lingua nuova, esperienza che mi faceva tornare un po’ bambina. Imparare parole, imparare a pronunciarle, attribuire loro significati, ritrovare l’origine dei significati nella cultura, comporre frasi sempre più complesse giocando con le costruzioni grammaticali. Sapevo di essere straniera, ma collegavo questa mia condizione, questa forma di vita, al piacere della scoperta. Ovvio che ero diversa dagli indigeni che abitavano la città in cui io mi ero insidiata, ma io non avevo nessuna pretesa di essere come loro.
Gli anni però sono passati, tutto – in me e intorno a me – si è modificato con rotture, svolte, rivoluzioni, rimarginamenti più o meno radicali, più o meno improvvisi, più o meno dolorosi. Quella lingua ostica all’inizio che avevo principiato a imparare quasi per gioco, ma con una determinazione che ha sorpreso anche me, ha piano piano trovato un posto definitivo nel mio cervello. Le regole, le parole, le formule mi sono diventate familiari, i significati nuovi hanno messo in discussione quelli vecchi, come piccole scosse di un terremoto. Ho distrutto, ricostruito, rotto, risanato, fatto nuovo – buttato via niente. Ho studiato ancora qui, finito un dottorato. Ho qui la mia vita – ma è casa mia?
Essere riuscita a integrarmi, invece di farmi sentire finalmente a casa, ha sortito l’effetto contrario. Il mio essere straniera non mi sembra più un gioco edificante. Il luogo in cui vivo ha perso l’alone d’incanto. È un posto che, certo, manterrà le promesse che mi ha fatto, è un posto più leale di quello che ho lasciato – ma mi farà felice? Guardo, osservo le persone intorno a me e mi dico che non sarò come loro, mai. E lo sapevo fin dall’inizio – solo che allora non m’importava. Per quanto parlerò bene questa lingua, arriverà il giorno in cui riuscirò a sentire davvero la bellezza della lingua bella, provare il piacere estetico della scrittura che sento quando scrivo in italiano? Resterò sempre una creatura esotica, interessante più per la mia provenienza che per quello che penso, quello che sono? A casa parlo in tedesco e, sentendomi parlare, ogni tanto mi sento finta, costruita. Straniera.
Quale posto posso allora chiamare casa? Ho voluto fare un viaggio in Sicilia per tornare all’origine, capire se casa mia è ancora quella. Invece di ritrovare un luogo in cui riconoscermi, sono inciampata sulla via su tutti i motivi che mi hanno spinta ad andare. In Sicilia non riuscivo a pensare un pensiero fino in fondo, non riuscivo a pensare nemmeno un po’. Troppo rumore, dentro e fuori. Il chiacchierio quasi gridato, ininterrotto, inconcludente si imponeva alle mie orecchie disarmate e raggiungeva la cassa cranica, in cui diventava un rumore indistinto, un ronzio che ovattava i pensieri e i sensi. Perché questo bisogno di parlare senza dire nulla? Perché questa paura del silenzio? Ricordo il senso di libertà che mi ha investita quando ho lasciato questo posto e il ronzio dentro la testa piano piano si è attenuato fino a scomparire, l’ovatta dentro la testa si è dissolta lasciando che la percezione si acuisse. Mi sono stupita quando ho sentito, per la prima volta limpida, la voce del mio pensiero. Sono tornata, così, e mi sono accorta che anche per questo posto, ormai, sono diventata straniera. Osservavo le persone e le cose, ascoltavo i problemi dei miei cari, ma quelle cose, quei problemi ormai non li capivo più. Non li vivevo più da dentro: stranieri a me come io a loro, come me in Germania. Non c’è via di scampo: straniera dappertutto ormai.
Decido di partire ancora – ostinata a trovare quel posto che potrò chiamare casa.

sabato 29 luglio 2017

Ritorno all'origine


Tre cose mi fanno capire che sono arrivata in Sicilia:


La prima è l’applauso dei passeggeri per il pilota dell’aereo dopo l’atterraggio. Se volate verso qualsiasi meta europea che non si collochi nel più profondo meridione italiano, quando l’aereo atterra non noterete nessun cambiamento significativo nelle espressioni dei volti che vi circondano. Forse sorrideranno, chi viaggia in coppia scambierà qualche parola con il compagno o la compagna, quando il segnale luminoso si sarà spento slacceranno le cinture di sicurezza e compostamente, dopo aver prelavato il bagaglio, si dirigeranno verso l’uscita. Se, invece, la meta del vostro viaggio è la Sicilia, ve ne accorgerete subito. Già quando la voce dell’hostess annuncia che tra pochi minuti avranno inizio le manovre di atterraggio la tensione sull’aereo sale. Facce eccitate guardano fuori dal finestrino per vedere la Sicilia diventare sempre più vicina, fino a poter distinguere (e forse riconoscere) le strade, le case. Quando finalmente l’aereo tocca il suolo scroscia un fragoroso applauso. I bambini giubilano, le vecchiette tirano un sospiro di sollievo, tutti ridono e iniziano a parlare forte. Prima ancora che il segnale luminoso si sia spento slacciano le cinture, si alzano, cercando di recuperare il bagaglio tra il marasma generale, accendono i telefoni e iniziano a gridare dentro gli apparecchi a genitori, ziii, cugini, amici: “Arrivavu ora!”, “Unni si?”, “Unni ni vidiemmu?”. Una volta, seduta accanto a me c’era una coppia dall’accento del nord, credo lombardo, e, parlottando tra di loro, avevano commentato questo spettacolo dicendo: “Sembra che questi [scil. terroni] non abbiano mai visto un aereo atterrare. Che bisogno c’è di applaudire? Il pilota fa solo il suo lavoro!”. Da personcina razionale e un po’ snob quale sono, o credo di essere, non applaudo nemmeno io l’impresa ben riuscita del pilota e, in linea di principio, sono anche d’accordo con la coppia lombarda: a sentire l’entusiasmo generale sembra che i passeggeri si sorprendano che il pilota sia riuscito a portare a termine con successo le manovre di atterraggio. Tuttavia, anche se non mi unisco attivamente a queste acclamazioni, una parte di me le aspetta e sarebbe delusa se non fosse così. La Sicilia non è solo una regione, ma un modo d’essere, e l’applauso dopo l’atterraggio mi comunica definitivamente che sono arrivata “a casa”.  

La seconda cosa che mi fa capire di essere arrivata in Sicilia è guardare il mondo dall’alto in giù: dopo l’atterraggio, infatti, se mi guardo intorno, all’altezza del mio sguardo, vedo facce e non toraci, busti e (nel peggiore dei casi) pance. Mentre in Germania, con il mio metro e sessanta, faccio parte della minoranza bassa della popolazione e devo far fronte anche alle difficoltà che comporta il vivere in un posto in cui tutto (architettura, arredamenti, abbigliamento…) è fatto su misura per persone decisamente più alte di me (a casa mia, per esempio, lo specchio del bagno è troppo in alto e devo ricorrere a sgabellini e altri stratagemmi per truccarmi o semplicemente guardarmi in faccia), qui in Sicilia la mia è un’altezza media e non di rado mi capita di parlare con donne – ma anche uomini – più bassi di me. Sentirmi alta – è questa la prima impressione che ho ogni volta che faccio ritorno nella mia terra.  

La terza cosa non è un’osservazione, ma una sensazione che non so bene spiegare. Lo ammetto, quando l’hostess annuncia che l’aereo sta per atterrare anche io sono tra quelli che incollano il naso al finestrino per guardare l’isola diventare sempre più vicina. Guardo l’ombra dell’aereo che saetta sui campi gialli, bruciati dal sole rovente dell’estate e il mio cuore ha un sussulto. Una forza di attrazione irresistibile mi tira verso il posto che pure ho lasciato e in cui non vivrei. Mi tira come una corda che diventa tanto più tesa quanto più cerco di ribellarmi. Mi tira verso il posto che ho odiato, che mi stava stretto, che mi soffocava. Mi tira nel posto da cui sono scappata. Mi tira nel luogo delle mille giustificazioni e delle poche scuse. È il richiamo della terra, la voce minacciosa e rassicurante del mare che dall’aereo non posso sentire, ma che mi parla direttamente al cuore se solo guardo dall’alto il movimento delle onde. Si riscalda qualcosa dentro di me, brucia ancora quella fiamma, non si è spenta. Per quanto io possa andare lontano, per quanto io possa scappare, questa è la mia terra, questa terra sono io: è parte di me come io di lei. E questo non cambierà mai. 

 

martedì 27 giugno 2017

Rallegrarsi delle disgrazie altrui e nostalgia di posti lontani



In ogni lingua ci sono parole difficili o addirittura impossibili da tradurre, se non con perifrasi che spesso ne distorcono il significato o che comunque non rendono perfettamente l’immagine di ciò che il termine originale indica. Sono parole legate a una determinata cultura che, se sradicate da essa, non attecchiscono nel terreno di un’altra cultura e un’altra lingua – non arido, ma diverso – e rimangono impalate, come corpi estranei ed isolati in un mondo che non li comprende.
Così il Wanderer di Nietzsche in italiano si trasforma nel passeggiatore che, diciamoci la verità, non suona particolarmente poetico e dà piuttosto l’idea di un tizio sfaccendato che trascorre le sue giornate percorrendo in lungo e in largo marciapiedi di noiose città. Ma wandern, in tedesco, significa molto più che passeggiare, camminare o marciare. Se un tedesco ti invita a fare una Wanderung ti sta chiedendo di andare con lui a fare una “camminata” di durata variabile da 1,5 (raramente) a 7-8 ore lungo sentieri (scoscesi) di montagna, la cui difficoltà è segnalata da piccoli cartelli e indicazioni che ogni Wanderer (che non è quindi un semplice passeggiatore) conosce. Per accompagnarlo in questa impresa è consigliabile essere ben equipaggiato e indossare Wanderschuhe (scarpe da trekking ­ non a caso, anche questa volta, non si tratta di una parola italiana, seppure oggi sia entrata nel nostro lessico) e Wanderhose (pantaloni da trekking) – quindi sempre wander-qualcosa. Forse wandern si potrebbe tradurre “fare una scarpinata”, ma così facendo questo verbo si connoterebbe negativamente, cosa che originariamente non è. Del resto, cosa ne sappiamo noi della secolare tradizione teutonica delle Wanderungen? Noi che (e con noi mi riferisco al paese da cui provengo) prendiamo la macchina anche per andare a comprare il pane?

Un’altra parola tedesca difficile da rendere in italiano è Schadenfreude, “rallegrarsi delle disgrazie altrui”.  L’altra sera, in Germania, sono andata al cinema studentesco a vedere The General, un vecchio film muto in bianco e nero. Non mi sentivo particolarmente socievole, così ho sistemato uno zaino e una maglia sulle poltroncine alla mia destra e alla mia sinistra per godermi la pellicola tranquillamente, senza dover curarmi di fare conversazione con qualche faccia (s)conosciuta o di essere simpatica. Inizia così la proiezione. Sulla scena si susseguono le disavventure di un pilota di locomotiva che, in un colpo solo, durante la guerra di secessione americana, per mano degli avversari, perde ciò a cui teneva di più nella vita: la sua locomotiva (chiamata, appunto, The General) e la ragazza amata. Nel tentativo di recuperare gli oggetti di affetto e desiderio il protagonista si dà a un inseguimento forsennato dei rapitori – non privo di imprevisti e di incidenti: una volta rischia di essere colpito da una palla di cannone, una volta ruzzola malamente da un precipizio, un’altra volta viene ustionato da un sigaro acceso. L’intento del film è comico, ma vedere il protagonista vittima di così tante disavventure suscitava in me compassione piuttosto che ilarità. Tuttavia, nel buio della sala, sentivo gruppi di ragazzi e di ragazze dietro e intorno a me ridere forte e di gusto soprattutto mentre il povero Johnnie Gray era vittima di dolorosi incidenti. Mi sono detta allora che non è un caso che in tedesco esista una parola come Schadenfreude. Certo, anche in Italia non manca chi ride quando vede qualcuno ruzzolare giù per le scale, ma di questo non abbiamo fatto un verbo!

La mia parola tedesca preferita però è Fernweh, che in italiano si potrebbe tradurre con: “nostalgia di posti lontani”. Non è una traduzione perfetta perché normalmente si ha nostalgia di qualcosa che si conosce, di bei momenti che appartengono al passato e adesso vivono solo nella memoria, ma che un tempo erano presenti e reali. Per questo si dice “nostalgia del passato” e non “nostalgia del futuro”. Anche il Fernweh è legato alla cultura. Durante i primi diciotto anni della mia vita ho vissuto in un posto in cui le persone che mi circondavano non avevano mai mostrato di provare nulla che somigliasse vagamente alla “nostalgia di posti lontani” di cui parlo. Certo, molti sognavano di rosolarsi sotto il sole di isole tropicali, ma questi erano sogni presi in prestito da cartelloni promozionali esposti dietro le vetrine di agenzie di viaggio o dalle pubblicità di compagnie di navi da crociera. Non sapevo che la “nostalgia di posti lontani” esistesse e che, da qualche parte nel mondo, c’era qualcuno che a questa inquietudine aveva dato un nome. In Germania posso dire “ich habe Fernweh” e tutti capiranno quale sentimento muove la mia anima.

Ovviamente lo stesso vale anche per le traduzioni in senso inverso. C’è una parola siciliana, infatti, che gli operosi e diligenti tedeschi non capiranno mai (e neppure i milanesi, senza andare troppo lontano). Si tratta di lagnusia, che non corrisponde perfettamente all’italiano “pigrizia” o al tedesco “Faulheit”, ma contiene una sfumatura che solo chi è cresciuto sotto il sole rovente del meridione, dove la vita scorre lenta e placida e il tempo non esiste può capire.