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domenica 5 novembre 2017

Di nuovo in Germania


Avrei voluto concludere il capitolo della mia “avventura andalusa” raccontandovi di Granada e della magia dell’Alhambra, ma per quanto mi sforzassi di ricostruire le immagini, gli odori e le sensazioni provate in quel luogo, non riuscivo a trasformarle in soldatini neri e ordinati sullo sfondo bianco del mio file word. Non riuscivo a far rivivere il caldo umido dell’Andalusia con i 10 gradi piovigginosi dell’autunno tedesco.
Sono tornata in Germania.
La prima cosa che ho fatto al mio ritorno è stata ammalarmi. La stanchezza di un’estate da vagabonda mi si è riversata addosso non appena oltrepassato il confine. Ho trascorso così la prima settimana vegetando sul divano con febbre e mal di gola. Da nomade tornare sedentaria – difficile il passaggio.
A partire dalla seconda settimana ho esercitato tutti i lavori possibili meno che il mio. Ho fatto la traslocatrice, l’artigiana, la tappezziera (e con quale talento!), la montatrice di mobili e la parrucchiera. Un dottorato in filosofia e due braccia sottratte alla manovalanza – ha commentato la mia migliore amica. In tutto questo ho dovuto occuparmi anche di consegne, scadenze, Anmeldungen, scartoffie e tutte quelle cose da grandes personnes che fanno male alla fantasia.
Poi finalmente ho ritrovato la concentrazione di tornare al mio lavoro, al mio libro. Una volta alla settimana, invece, per guadagnare qualcosina in più e perché mi diverte, ho ripreso a insegnare italiano presso un conosciuto istituto nella città in cui vivo.
Cerco un equilibro nuovo, mi adatto a una situazione nuova a una fase di passaggio.
La temperatura si è abbassata ancora e anche il blu del cielo preannuncia l’arrivo di un inverno al quale non mi sento preparata. Ce la farò?

lunedì 28 agosto 2017

La scalata (2° parte)


Quella che, a guardare il pastorello, sembrava una passeggiata di salute si rivela essere, per la maggior parte di noi, una salita ardua e faticosa. Sembra che, per dispetto, la cima si allontani man mano che noi avanziamo. Sulla via ci imbattiamo nella carcassa di una capra. Mi vengono i brividi: avrà perso l’equilibrio mentre camminava in bilico sui sassi, è caduta, si è fratturata una zampetta ed è morta di fame e sete lì, perché nessuno l’ha ritrovata in tempo? E se succedesse anche a noi?
 
Lui cammina davanti a me con piglio sicuro. Non sembra né preoccupato né tantomeno stanco, così mi faccio coraggio e procedo anch’io. Per raggiungere la meta dobbiamo attraversare due punti piuttosto pericolosi (almeno dal mio punto di vista inesperto). Lui ci precede: cammina come una capra sui sassi instabili del primo valico. Guardo le pietre che, sotto i suoi passi, rotolano giù sprofondando nel nulla e prego che non rotoli giù con loro anche lui. 
“Che succede se cadiamo?” chiede uno dei meno esperti. 
“Tu non cadere”, risponde la nostra guida mentre, giunta dall’altra parte del valico prepara la corda, aggrappandoci alla quale saremmo dovuti passare anche noi. 
Poco meno di due metri, ma l’abisso sotto di me. Guardo in alto: qua e là, in piedi sulle rocce, altre capre ci guardano con aria interrogativa, come a chiedersi: “Cosa diamine stanno combinando questi umani imbranati?”. Una di loro bela – forse sta deridendo la mia paura.

Aggrappandosi alla corda passa anche il secondo, ora tocca a me. Prendo il capo della corda che lui mi ha lanciato e me lo lego intorno alla vita con il nodo che ho imparato durante i corsi di arrampicata. La tengo stretta con la mano sinistra, tanto forte che mi faccio quasi male. “Stai calma” mi ripeto “un passo dopo l’altro, non guardare sotto, non guardare sotto”. Le mani sudano, sento la corda scivolare, gli appigli per la mano destra sembrano tutt’altro che stabili. “Un passo dopo l’altro, non guardare sotto, non guardare sotto”, continuo a ripetermi. Sassolini e ghiaia rotolano giù sotto i miei passi incerti. Penso alla carcassa della capra. “Non pensare, non pensare”. 

Ecco, ce l’ho fatta! Non mi sembra vero, mai mi sono sentita così attaccata alla vita, così contenta di esserci, in questo mondo. Il secondo valico non è così difficile. Un’altra capra mi guarda e bela. Le sorrido – ormai mi sento un po’ capretta anch’io. 


Arriviamo in cima, finalmente e il mio cuore esplode di gioia e di stanchezza. Eccole, le Alpi, illuminate dal sole bruciante delle due del pomeriggio. Dall’alto domino il loro profilo: giganti loro, gigante io. Non mi fanno più paura, non mi tolgono più il fiato. Non vorrei scendere più. Per minuti interminabili contemplo quei titani, respiro l’aria rarefatta dei duemilacinquecento metri di altitudine. Mi sdraio sull’erba, mi sento grande, piena, imbattibile. 

La discesa non ve la racconto: mi sono già dilungata fin troppo e, a dire il vero, non è stata né avventurosa né emozionante come la salita. Solo tanto male alle ginocchia e ai talloni, vesciche dolorose e una voglia indescrivibile di vedere la fine.

Le Alpi oggi mi hanno ricordato che sono un animale: quando sei talmente stanca che non ce la fai più, ma devi farcela perché non c’è altra soluzione – non puoi chiamare nessuno che possa venire a prenderti con la macchina, non ci sono bus, ma solo capre –, quando le gambe ti fanno male, ma non puoi fermarti perché da lì a qualche ora il sole sarà inghiottito dai titani, il buio ruberà i contorni al mondo e il freddo ti avvolgerà, quando non riesci nemmeno a pensare perché tutti i tuoi sensi e le tue forze non sono rivolti all’interno, dentro di te, ma all’esterno – a valutare le possibilità e i pericoli, a misurare i passi, a contenere gli sforzi – ti accorgi che quando tutto ti abbandona – i crucci del lavoro e la smania di diventare, il computer, i libri, le fantasie, i pensieri e anche le forze – quello che senti più forte è il tuo istinto di sopravvivenza.
Un animale attaccato alla vita, io sono questo ­ se togli tutto il resto.

giovedì 17 agosto 2017

Di nuovo in Svizzera



La Svizzera. Lo “Stato cuscinetto” lo chiamavo da bambina, come mi avevano insegnato a scuola. E me la immaginavo così: un cuscino ammortizzante tra l’Italia, la Germania, la Francia e il Liechtenstein. Di più non sapevo e nemmeno mi incuriosiva questo Paese che pensavo senza personalità.
Una vaga idea della Svizzera me l’aveva data il famoso cartone animato Heidi: la bambina paffuta che viveva in una baita sperduta sulle Alpi insieme al nonno e che, in virtù di chissà quali poteri speciali non meglio esplicitati, riusciva a fare alzare la paraplegica Clara dalla sedia a rotelle e insegnarle a camminare. 



Ma erano informazioni di un cartone animato – e sapevo che non bisognava prestar fede alla televisione. Si trattava di un’immagine come un’altra, montagne che avrebbero potuto essere ovunque, caprette come le vedevo anche in campagna vicino a casa mia. C’era la neve, è vero – e della neve in Svizzera mi avevano raccontato anche i miei nonni, che lì avevano vissuto e lavorato per cinque anni. Ma anche la neve per me non aveva consistenza ed esisteva  solo nell’immaginario, come l’altalena di Heidi che dondolava sospesa al nulla. Ne avevo sentito parlare, l’avevo vista ogni tanto in tv, ma mai dal vivo, quindi non potevo associarle sensazioni tattili od olfattive. Non sapevo, per esempio, cosa si provasse a fare sciogliere sulla lingua un fiocco di neve appena caduto dal cielo o da dove cominciare per fare un pupazzo di neve. La prima volta che vidi la neve avevo già 21 anni ed ero a Milano, ma questa è un’altra storia.
I miei nonni sono emigrati in Svizzera per lavorare quando mia mamma aveva quindici anni e mio zio sei. Li hanno lasciati in Italia perché mio nonno desiderava rimpatriare in Sicilia dopo aver lavorato oltralpe e messo da parte un po’ di soldi e temeva che i figli si sarebbero opposti alla sua volontà se avessero iniziato ad andare a scuola lì, avessero imparato il tedesco e si fossero ambientati. Infatti la Svizzera è rimasta per i nonni solo una (relativamente) breve parentesi lavorativa e, almeno per mia mamma, un luogo incantato, con casette di legno, giardini curati e neve, tanta neve in inverno, in cui trascorrere le vacanze evadendo dall’austero collegio di suore in cui viveva, invece, durante l’anno scolastico. Sembrava dunque che fosse finita così: nonno e nonna tornati in Sicilia prendendo con sé i figli e io nata in Sicilia e cresciuta in un paese in cui non c’era nemmeno una libreria – chi avrebbe pensato che il destino svizzero avrebbe reclamato me?
Eppure è così: anche se sulla Svizzera non avevo mai fantasticato davvero, anche se non avevo mai immaginato né di andarci né tantomeno di viverci, eccomi di nuovo qui. Perché tutto – lo studio, l’università, il cuore e anche le vacanze – mi ci tirano dentro, anche se mi allontano.
La prima cosa che mi viene in mente quando penso alla Svizzera non ve la dico: è troppo personale. La seconda cosa sono le Alpi. Ne avevo una vaga immagine nella testa, ma la prima volta che le ho viste da qui – da questo villaggio con dodici case, due stalle, una chiesetta e nient’altro nei Grigioni, in cui mi trovo adesso (nei pressi del quale, peraltro, è ambientato il cartone animato Heidi, di cui ho parlato sopra) – ho avuto paura. Non una paura superficiale, di quelle che ti fanno cavare un urlo e fare un balzo di lato, ma una paura che ti attanaglia le viscere e ti immobilizza. È stata circa quattro anni fa la prima volta che sono venuta qui e quella sensazione di paura la sento ancora nello stomaco. Stavo lì, in piedi sulla collina, facevo correre lo sguardo tutto intorno e non uno spiraglio, non una fenditura tra quelle montagne immense mi suggeriva che c’era qualcos’altro – un’altra città, un mondo, forme di vita non vegetali – oltre il loro confine. Io che venivo dall’isola, dal posto in cui il sole brucia la terra e tutto quello che sulla terra cresce, abituata a far saettare lo sguardo nell’orizzonte del mare, ho avuto l’impressione che le Alpi me lo rubassero, l’orizzonte, che mi togliessero il respiro, mi opprimessero con la loro grandiosità. E poi erano belle. Di una bellezza come non l’avevo mai vista. Maestose, imponenti, selvagge. Con la punta solleticavano il cielo, sembravano a un passo da Dio, dal Paradiso o da tutto quello in cui crede, chi crede. Non per nulla i Greci avevano immaginato la residenza degli dèi sul Monte Olimpo. Si potrebbe essere più vicini al divino di così? 


Di questa sensazione di oppressione ne ho parlato con gli svizzeri: come si fa a vivere circondati da queste imponenti mura innevate?, ho chiesto. Qualcuno mi ha risposto che gli danno una sensazione di sicurezza, di protezione (e forse proprio nelle Alpi – che proteggono, chiudono ed escludono – è da cercare l’origine della politica adottata da questo Paese), qualcun altro mi ha detto che gli mettono voglia di scalarle per vedere il mondo da lassù.
Io non lo so: non sono svizzera, vengo dal mare. Ma voglio provare ad affrontarli questi giganti – e lo farò domani.

venerdì 23 giugno 2017

È solo un ufficio (?)


Che cosa pensate quando sentite la parola “ufficio?”. La maggior parte di voi dirà che un ufficio è un luogo di lavoro: quattro pareti, una scrivania (con su magari la foto del compagno, del consorte o della prole incorniciata) e una brutta sedia con le ruote. Forse alcuni di voi rabbrividiranno. Un mio ex fidanzato nutriva un odio viscerale nei confronti degli uffici – sia quelli aziendali che quelli universitari. Quando una volta gli dissi che mi sarebbe forse piaciuto lavorare in una casa editrice mi rispose con sprezzo: “Non vorrai stare nove ore al giorno chiusa in un ufficio? Diventerai stupida!”. Così nel mio immaginario gli uffici erano dei posti grigi in cui le persone venivano derubate della loro fantasia, della loro leggerezza e trasformate in ombre grigie, in automi.
Quando, due anni fa, mi trasferii in Svizzera il mio prof. mi comunicò che avrei avuto un ufficio, da dividere con un’altra dottoranda, un post-doc e un professore. Mi vennero in mente le parole di quel mio ex ed ebbi un po’ paura. Secondo lui il lavoro che nasce sulla scrivania di un ufficio non è come quello che nasce tra le mura di casa o su un prato e io non volevo “mettere al mondo” una tesi di dottorato grigia e scialba.
La prima volta mi presentai in ufficio diffidente. C’era solo il post-doc alla sua scrivania, la tapparella era chiusa a metà, la luce accesa e c’era un leggero odore di polvere. La prima cosa che chiesi fu: “Ma devo per forza lavorare qui o posso andare anche in biblioteca?”. La risposta: “Puoi lavorare dove vuoi”. Incoraggiata da quelle parole (avevo quindi una via di fuga in caso di emergenza) presi posto in quella che da quel momento in poi sarebbe diventata la mia scrivania.
Mi dovetti ricredere sugli uffici e presto in quell’ufficio mi sentii più “a casa” che nella stanza presa in affitto, in cui avevo la mia roba e nel cui letto trascorrevo le mie notti. Le persone lì dentro diventarono la mia famiglia: imparai a conoscere bene i loro ritmi e le loro abitudini. Ascoltavamo l’opera durante le pause, facevamo lunghe chiacchierate sui nostri lavori e sulle nostre vite. La brutta sedia con le ruote si rivelò molto, molto comoda e su quella scrivania scrissi pagine tutt’altro che grigie della mia tesi. Pian piano iniziammo ad arredare quell’ufficio come se fosse davvero casa nostra: una spedizione punitiva all’IKEA et voilà, ecco che un divanetto era pronto ad accogliere le nostre schiene stanche per una (breve!) pennichella dopo pranzo o per leggere un libro in orizzontale. Ordinammo (e ottenemmo) un bel tavolo rotondo che posizionammo al centro della stanza e che si trasformò nella “tavola rotonda” della nostra lettura e traduzione settimanale dei Memorabili di Senofonte. Nel periodo dell’avvento prendemmo l’abitudine di fare insieme una corona, porla al centro di quel tavolo e, ogni settimana, accendere una delle quattro candele. Era così bello guardare la fiamma scoppiettante – e ogni tanto spegnevo la luce per immergermi meglio nella magia del fuoco. Infine (ma per fortuna non alla fine!) comprammo anche una caffettiera elettrica! Se tra di voi c’è qualche italiano capirà l’importanza dell’evento. Che bello non dovere più ingurgitare la brodaglia marrone al vago gusto di caffè della mensa o delle macchinette, ma bere un caffè denso e profumato sul divanetto dell’ufficio.


È stata dura, due anni dopo, separarmi da quel luogo.
Mi ha lasciata indifferente consegnare le chiavi della camera del convento (della vita in convento vi racconterò un’altra volta) che è stato il mio alloggio nell’ultimo anno; non mi ha immalinconita lasciare la finestra (che pure mi piaceva) che si affacciava sul chiostro, sulla chiesetta e sul pioppo alto e sottile – che si dipingevano di nero alla sera, rischiarati, nelle rare notti senza nubi, da una luna tutta tonda. Invece non sono riuscita a trattenere le lacrime mentre raccoglievo le ultime cose dalla mia scrivania. “È solo un ufficio” mi diceva lui, per consolarmi “è solo un posto dove si lavora”. Evidentemente non aveva capito nulla. Una parte di me sarà sempre legata a questo posto, nel quale sono cresciuta, ho imparato, ho creato, ho riso, ho vissuto – che è stato, per me, una casa. Prima di andare via ho lasciato due cose: una lettera sul tavolo rotondo e una lacrima sulla scrivania – chissà se qualcuno la raccoglierà. 

venerdì 9 giugno 2017

Rotolando verso nord: la conferenza


Meine Damen und Herren, bitte steigen Sie ein. Vorsicht an den Türen. Ihr Zug fährt jetzt ab.
 
Il mio treno sfreccia in direzione nord. Ad attendermi c’è la capitale, Berlino. Nonostante ci sia già stata, è la prima volta che ci vado da sola e sono un po’ emozionata. Lascio correre lo sguardo dal finestrino: il paesaggio si fa sempre più piatto, l’orizzonte si apre davanti ai miei occhi. È un grande cambiamento per il mio sguardo che, fino a ieri, era stato limitato dalle maestose e imponenti Alpi svizzere, la cui costante presenza mi faceva sentire ora al sicuro e ora prigioniera.
Adesso il mio treno corre in una sconfinata distesa verde puntellata, di tanto in tanto, da piccoli agglomerati di case. Cerco di evitare la mia immagine riflessa sul finestrino, la mia faccia stanca delle cinque del mattino non mi piace. Spero che nessuno si sieda accanto a me perché oggi non ho voglia di fare conversazione. Solitamente mi piace conoscere le persone in treno: è come affacciarmi per qualche ora in un mondo completamente nuovo, esplorarlo e tastarne i contorni. Spesso ho conosciuto persone interessanti durante i miei viaggi: un frate francescano, un vecchio falegname di un paesino sperduto nella foresta nera, un professore di viola dell’università di Berna, una ragazza turca partita da sola in cerca della sua strada, un arabo che mi raccontava del suo modo di vivere e praticare la religione in Germania. Ma oggi sono troppo indaffarata con i miei pensieri per essere aperta a quelli degli altri. A Berlino mi aspetta una conferenza in una delle università più rinomate della Germania. Ho mandato la candidatura senza pensarci troppo. L’ho scritta in un pomeriggio, contagiata dall’entusiasmo di una mia amica. L’email in cui mi comunicavano che il mio paper era stato selezionato e che avrei quindi partecipato a questa conferenza è stata una doccia d’acqua fredda. Prima l’euforia, poi la paura. Perché hanno scelto me? Sarò all’altezza? Sarò in grado di fronteggiare le domande durante la discussione? Non è la prima conferenza a cui partecipo, ma il nome di questa università mi incute un po’ di soggezione. Così sto qui seduta, circondata da libri e dai miei appunti, frenando lo sguardo che, indisciplinato, approfitta di ogni attimo di distrazione per fuggire di nuovo verso l’orizzonte e perdersi nel verde. Berlino, sto arrivando!   

 

mercoledì 31 maggio 2017

Tempo di addii


Non ho mai avuto una grande comprensione per gli italiani che, all’estero, hanno esclusivamente amici italiani, rifiutano di imparare la lingua locale o di parlare quantomeno una lingua franca e criticano costantemente il paese straniero che li ospita, decantando invece, per contrasto, tutte le qualità del Belpaese e, naturalmente, degli stessi italiani. Certo anche io ho amici italiani e non disdegno affatto di intrattenermi con qualcuno nella mia madre lingua (anzi: quando la “nostalgia di casa”, Heimweh, si fa più forte, sento proprio la necessità di parlare in italiano con qualcuno); ma ogni volta che mi sono impiantata in un Paese nuovo ho avuto voglia di fare amicizia (o almeno provarci!) con gli indigeni – e non per mera curiosità antropologica – di imparare la lingua, di immergermi nei nuovi colori, profumi e suoni (sarà forse autosuggestione, ma adesso mi sembra di riconoscere, guardando il colore e “l’altezza” del cielo, se mi trovo in Sicilia, in Lombardia, in Elvetia o in Alemagna). Non ho mai capito, così, gli italiani che, all’estero, riproducono una piccola Italia molto esclusiva, un gruppo chiuso e sigillato ermeticamente che non lascia entrare niente e nessuno che sappia di straniero.
Non li ho mai capiti fino ad ora, nel momento degli addii. Adesso che il mio tempo tra le Alpi sta volgendo al termine mi dico che sarebbe stato più facile se avessi fatto anch’io così, se mi fossi chiusa dentro e avessi disprezzato l’estraneo, crogiolandomi nella nostalgia di “casa” (che poi, che cosa e dove sia la mia casa, a dirla tutta, non lo so neppure io). E invece mi sono aperta a tutto: cose, persone, paesaggi, gesti – ho imparato ad amarli, li ho fatti entrare nel cuore. E adesso fa male dire: “Teniamoci in contatto” o “Tanto ci rivedremo presto”, mentre so bene che dietro queste frasi quasi sempre si nasconde un lapidario “Addio”, fa male mettere via tutte le mie cose dalla “mia” scrivania, che tra pochi mesi sarà occupata da un’altra persona e che non avrà più niente di me, dare indietro le chiavi, lasciare la finestra dalla quale facevo viaggiare lo sguardo, lasciare il sapore dell’aria e quello dei sogni. Oggi la mia amica svizzera mi ha detto: “Non preoccuparti: si chiude una porta e se ne apre un’altra”, in Italia si dice: “Se si chiude una porta si apre un portone” – anche se mi sono sempre chiesta perché la chiusura di una porta piccola comporti l’apertura di una più grande o perché un portone debba essere preferibile a una porta. Tant’è. Ripenso a tutte le volte che mi sono lasciata alle spalle qualcosa e cerco di aguzzare lo sguardo e scrutare l’orizzonte nel tentativo di scorgere un indizio, di anticipare il destino. Mi accorgo che in me (anche adesso come in passato) la curiosità vince la paura dell’ignoto. Così chiudo piano piano questa porta nell’attesa che si apra il famoso portone (o porticina, o porta a soffietto, o finestra, o, chissà, saracinesca) che mi faccia entrare nel futuro.