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mercoledì 15 novembre 2017

Quando il cielo è blu, prendi il cappotto!


In Germania una giornata di metà novembre con sole e cielo terso può significare solo una cosa: l’inverno è alle porte. L’ho imparato a mie spese la prima volta che sono andata a Berlino. Era fine dicembre di qualche anno fa, avevo trascorso le vacanze di Natale con la mia famiglia in Sicilia e avevo prenotato un volo diretto Catania-Berlino. Finalmente avrei visitato la capitale! Quell’inverno mediterraneo era particolarmente mite: nel mio paese dell’entroterra c’erano 15 gradi, a Palermo – dove vado ogni volta che posso perché è la città italiana in cui più mi sento a casa – 18 circa. Io avevo lasciato una Germania freddina, ma non freddissima, e facevo la sborona andando in giro senza cappotto davanti agli occhi allibiti di parenti e amici per i quali ero ormai diventata una tedesca a tutti gli effetti.
Il giorno della partenza sono andata all’aeroporto vestita a strati in previsione della Germania. Immaginavo che a Berlino ci sarebbe stato più freddo – non ero ingenua fino a questo punto. Sono arrivata che era già buio, tirava vento e pioveva. Ero però così eccitata di essere finalmente arrivata che sul momento non ho badato molto al tempo. Ho cenato e sono andata a dormire.
Sono stata svegliata, il giorno dopo, da un raggio di sole che filtrava allegro attraverso i vetri un po’ sporchi della mia camera. Mi sono alzata un po’ intontita, ho guardato fuori e non potevo credere ai miei occhi: un cielo azzurro e limpido così non c’era nemmeno in Sicilia – mi sono detta. Quale tempo migliore per la mia prima spedizione in città? Sono scesa di sotto, ho fatto una colazione frugale, mi sono lavata e preparata per uscire. Incoraggiata dal sole ho indossato (lo ricordo come se fosse successo stamani): un paio di collant pesanti, ma non di lana, una gonna di jeans, una maglia di misto acrilico con su una giacchetta senza ambizioni e un giubbino rosso imbottito ma corto. Niente guanti. Niente cappello. Stavo per lasciare la casa quando lei mi dice “Sei sicura di volere uscire così? Fa molto freddo oggi”. Le rivolgo un sorriso sghembo mentre penso: “Esagerata! Questi tedeschi pensano che solo perché vengo dal sud dell’Europa non sono in grado di sopportare il freddo teutonico. Vivo già da qualche annetto in Germania, non è il mio primo inverno qui”. Più per accontentarla che per tranquillizzarla porto con me anche una sciarpa. Appena fatto qualche passo sul vialetto davanti casa mi sono subito pentita del mio outfit, ma un po’ per orgoglio e un po’ perché avevo paura di perdere l’autobus mi sono decisa di non tornare a cambiarmi. Non credo di avere mai sentito freddo come quella giornata a Berlino: il gelo arrivava fino alle ossa, non avevo più la sensibilità nei piedi, che mi facevano male, non potevo tirare fuori le mani dalle tasche (e infatti ho fatto pochissime foto), ogni mio respiro produceva una nuvoletta di fumo, le orecchie erano diventate due ghiaccioli. Correvo da un museo a un bar e da un bar a un museo e quando finalmente la sera sono arrivata al teatro dell’opera mi sono lasciata cullare dal tepore della sala al punto che ho rischiato un paio di volte di addormentarmi – cosa che non mi succede mai quando ascolto l’opera. Non che non ci fossero e non ci sarebbero state giornate fredde nella mia vita (mi sono rotolata su metri di neve delle Alpi, ho visitato città più al nord, ci sono stati inverni più rigidi nei posti in cui ho abitato). Solo non me l’aspettavo. Il freddo mi ha presa in contropiede ingannandomi con un cielo blu e un sole gelido. Il cielo grigio, le nuvole basse e minacciose sono molto meno infidi di una giornata limpida in inverno qui.
Ho imparato così la lezione: se in Germania il cielo è terso, prendi il cappotto!

lunedì 25 settembre 2017

Avventura andalusa. Terza tappa: Málaga


A Málaga sono costretta a ridimensionare un po' le mie aspettative. È carina e c'è tanto da vedere: il museo di Picasso, la sua casa natale, la Cattedrale, il Castillo de Gibralfaro e l’Alcazaba – una fortezza araba costruita sulla base di una fortezza fenicio-punica – ma ho ancora davanti agli occhi i tesori di Siviglia e di Cordoba, quindi non riesco a stupirmi davanti alle bellezze di questa nuova città. Credo che l'Alcazaba mi avrebbe incantata se non avessi visitato prima l’Alcázar di Siviglia e la casa di Pilato; ­quindi se progettate un viaggio in Andalusia e avete intenzione di visitare anche Málaga vi consiglio di cominciare da qui e fare il percorso inverso. 


Sono già un po’ stanca dai giorni passati, trascorsi rimbalzando da una parte all’altra delle città che ho visitato, con la smania di voler vedere tutto, di non sprecare un istante. Ho i piedi doloranti e sono sfossata dal caldo umido della città marittima, così decido di rallentare il ritmo e trascorrere qui qualche pigra giornata da turista sfaticata.
La mia attuale “casa” è diversa dalle sistemazioni precedenti: per la prima volta da quando sono partita non “abito” in centro, ma in periferia – e le periferie delle città si assomigliano un po’ tutte: strade aperte al traffico, negozietti di frutta e verdura, supermercati, discount, negozi cinesi, estetiste, parrucchiere. Mi ricorda il quartiere in cui ho abitato lo scorso inverno ad Atene. L’appartamento in cui mi sono insediata è molto carino. Sembra una grande WG (in tedesco: Wohngemeinschaft, ovvero appartamento condiviso) con quattro camere, nelle quali soggiornano gli ospiti della struttura, due bagni (uno ogni due camere), un soggiorno, una cucina e due grandi terrazze. A me tocca una piccola camera con un letto a castello un po’ sfondato da una parte e un climatizzatore a gettoni. Nonostante non sia oggettivamente bella, questa camera ha un qualcosa che non so spiegare, che mi rassicura, mi accoglie e mi fa subito sentire a casa.
Condivido il bagno con una donna francese che non parla altra lingua all’infuori della sua (e sono molto contenta che il mio soggiorno in un’università francofona in Svizzera mi abbia resa capace di conversare anche in francese), e la cucina con una coppia cilena sulla sessantina che parla solo spagnolo. Nel mio spagnolo zoppicante trascorriamo a chiacchierare sulla terrazza più di una sera, consumando le nostre cene. Loro sono molto dolci e simpatici. Dopo pochi quarti d’ora insieme mi trattano quasi come fossi figlia loro: mi chiamano chica o mi corazón, lui mi spiega cosa fare e cosa non fare in città, in quale lido andare a fare il bagno, che autobus prendere. L’ultima sera si offre di prenotare per me (in spagnolo) un taxi per l’indomani per andare alla stazione dei bus, dalla quale sarei dovuta partire per Granada. Poi ci separiamo con grandi abbracci e molti auguri per il futuro e andiamo a dormire.
Anche la donna che gestisce l’appartamento, Graciela, è molto simpatica e anche lei parla solo spagnolo, al contrario di suo marito Jorge che conosce sia l’inglese che l’italiano. Graciela è una donna di quasi sessant’anni, molto dinamica e divertente. È con lei che faccio, per pochi euro, la prima manicure della mia vita in un piccolissimo salone di bellezza sotto casa (e credo che quello sia il posto in cui ho imparato più parole in spagnolo fin ora).
Qui a Málaga trascorro le giornate facendo lunghe e lente passeggiate nel centro città, facendo piccole soste in qualche negozietto e visitando, con molte pause, le attrazioni turistiche e i siti d’interesse. Ogni volta che scorgo una panchina all’ombra, mi ci fiondo e prendo posto per rifocillarmi dal caldo soffocante e dalla stanchezza. Scrivo lunghe cartoline e pagine del mio quaderno, cerco di imprimere i miei pensieri e le mie impressioni su carta, trasformare in inchiostro il groviglio di emozioni che mi attraversano mente e cuore.  


Per la prima volta dal mio arrivo in Spagna mi concedo dei pasti tranquilli e abbondanti, non più i pranzi frugali e improvvisati consumati all’interno  dell’Alcázar di Siviglia o sulla piazzetta davanti alla Mezquita di Cordoba: scopro un piccolo ristorante di tapas non lontano dal centro e divento cliente abituale. L’ultima sera del mio soggiorno a Málaga mangio finalmente la paella e mi chiedo perché non l’abbia fatto prima. Voglio infine sfatare un pregiudizio: non è vero che in Spagna il gelato è cattivo. Prima di partire, una conoscente mi aveva messa in guardia: “Non prendere il gelato lì”, mi aveva detto, “se hai fortuna non sa di nulla, se non hai fortuna è disgustoso”. Evidentemente ho avuto più che fortuna, perché a Málaga ho mangiato un gelato buonissimo (la gelateria si chiama Nonna, se può interessarvi).
Non sono riuscita a vedere uno spettacolo di flamenco come si deve, ma in compenso ho comprato un paio di scarpette: ho intenzione di tornare a ballare. Porterò almeno un po' di Spagna con me nell'inverno freddo che mi aspetta. 

Ormai il mio soggiorno qui sta volgendo al termine. Domani sveglia alle 5:00. Alle 6:30 parte l’autobus che mi porterà nell’ultima sognata tappa di questa avventura: l’Alhambra di Granada.

lunedì 11 settembre 2017

Avventura andalusa. Prima tappa: Sevilla


Il viaggio che mi ha condotta in Spagna mi ha fatto attraversare non soltanto tre nazioni in tre giorni, ma anche tre stagioni: ho lasciato un clima d’inizio inverno sulle montagne dei Grigioni, sono passata attraverso un autunno piovigginoso milanese per giungere alla bollente estate spagnola, con i suoi 38 gradi. Sotto il sole ancora rovente del tramonto che tinge di arancione le facciate degli edifici bianchi e l’odore di cavallo che invade le narici dei passanti e dei turisti sulla piazza della Cattedrale di Siviglia inizia la mia avventura andalusa.
La Spagna mi sorprende subito per la sua organizzazione. Nel mio immaginario era un posto un po’ caotico, non troppo dissimile dall’Italia. Credevo che, come nel mio paese d’origine, i mezzi di trasporto fossero sempre in ritardo (sia a Palermo che in alcune zone di Milano – soprattutto in estate – bisognava affidarsi a un oracolo per sapere quando il bus sarebbe passato e ringraziare tutti i santi se il bus si decideva davvero a passare), che le persone fossero pigre e le strade un po’ sporche. Come in Italia. Quel mio lui, del resto, quando eravamo insieme, diceva sempre tutto il male possibile degli spagnoli, dipingendoli come svogliati e ottusi. Io non ero mai stata in Spagna e di spagnoli non ne conoscevo. Così, senza rendermene conto, avevo lasciato che nella mia testa si corroborasse un cliché di cui, fino ad ora, non mi ero nemmeno curata troppo.
Svolta.
Già dal primo giorno in Andalusia mi rendo conto che l’Italia è assai più indietro rispetto alla Spagna – e che di simile hanno solo la lingua e quella disinvoltura dei modi della gente tipica dei paesi mediterranei. Punto.
Tutti i bus in orario, città molto organizzate (a misura di pedone e a prova di turista – anche del più imbranato come me, che ho il senso dell’orientamento di un lombrico ubriaco) e strade linde. Mi stupiscono gli impiegati sprint della nettezza urbana che, dopo l’una di notte, scorrazzano per la città con i loro camioncini, si fiondano (letteralmente!) sui bidoni dell’immondizia, li ripuliscono procedendo a una velocità impressionante, mentre i loro colleghi inondano le strade di acqua insaponata e le spazzano. Altro che pigrizia! 4 a 0 per la Spagna – e non solo nei Mondiali di calcio.
Il mio viaggio alla scoperta dell’Andalusia inizia qui a Siviglia e mi porterà a Malaga passando per Cordoba per giungere (finalmente!) all’Alhambra di Granada. 

Per me Siviglia è un sogno. È la città che ha ispirato grandi (e meno grandi, ma pur sempre importanti) compositori, che l’hanno scelta come teatro delle loro opere. È la città delle Nozze di Figaro di Mozart, del Barbiere di Siviglia di Rossini e della Carmen di Bizet, criticato in maniera così sottilmente ironica da Nietzsche in Der Fall Wagner, ma a cui voglio bene, trattandosi della prima opera che io abbia mai visto dal vivo ­ e addirittura alla Scala di Milano!

In questa città quasi a ogni passo mi imbatto in uno dei posti dell’opera. 
Mi entusiasmo quando scopro che a due passi dal posto che per pochi giorni chiamerò “casa” c’è il balcone di Rosina del Barbiere

Il balcone sotto cui Lindoro (pseudonimo usato dal Conte di Almaviva) le aveva cantato una serenata, aveva pregato Figaro di aiutarlo ad escogitare degli stratagemmi per potersi intrufolare in casa del dottor Bartolo e rivelare a Rosina i suoi sentimenti, nella speranza di essere ricambiato e andare via con lei come marito e moglie. 
Torno lì una sera, prima di ritirarmi nella mia stanzetta, mi siedo sugli scalini di pietra ancora caldi del sole del giorno, nonostante sia già buio, metto gli auricolari del mio lettore mp3 e mentre ascolto l'aria di Lindoro Se il mio nome saper voi bramate inizio a fantasticare. 


Il giorno seguente decido di andare alla ricerca del vero barbiere di Siviglia – o per meglio dire di un barbiere vero a Siviglia ­ e lo stano in un salone di Calle Sierpes. Con un po’ di imbarazzo gli chiedo, nel mio spagnolo traballante, di lasciarsi fotografare e gli spiego perché. Lui è divertito e mi lascia fare. Scambiamo ancora qualche parola e lo prego di non svelarmi il suo vero nome: per me resterà così Figaro, il barbiere di Siviglia. 
 

Nella Juderia trovo il posto in cui Carmen scappa inseguita dai soldati e poco più avanti la strada nella quale si trovava la taverna in cui incontra Don José ed Escamillo.  
Mi imbatto in luoghi dell’opera persino quando sto cercando qualcos’altro. Quando, nonostante le tante indicazioni stradali, mi perdo per le strade della città finendo dalla parte opposta del posto che volevo raggiungere (l’ho detto: lombrico ubriaco), vedo un palazzo imponente e bellissimo e mi chiedo che cosa possa essere. Ipotizzo che si tratti non meno di un palazzo reale.  





Mi avvicino, allora, sperando che un qualche cartello informativo mi sveli l’arcano. L’organizzata Spagna anche stavolta non mi delude e di nuovo mi stupisce: è un’ex fabbrica di tabacco – quella stessa fabbrica in cui è ambientata la Carmen – oggi sede della facoltà di Lettere e Filosofia dell'università di Siviglia.

Insomma, pur non essendo andata all’Opera, qui l’Opera la vivo davvero.  

L’avventura però è appena cominciata: da domani mi metterò sulle tracce dei filosofi arabi e dei sultani delle mille e una notte, alla scoperta dei luoghi che hanno visto convivere – in pace e in guerra – tre culture e religioni. Dall’Alcázar di Siviglia all’Alhambra di Granada.

venerdì 1 settembre 2017

Dalla Svizzera all’Andalusia passando per Milano


Eccomi di nuovo in viaggio. Zaino in spalla (sì, lo ammetto: sotto l’influsso teutonico ho abbandonato il classico trolley da brava-ragazza-in-viaggio italiana, per iniziarmi alla pratica dello zaino – poco elegante, ma molto più leggero e maneggevole), scarpe di tela ai piedi (che hanno sostituito le mie inseparabili Wanderschuhe dei percorsi alpini) e tanta emozione per questa nuova avventura, mi preparo ad attraversare tre nazioni in tre giorni: dalle Alpi svizzere all’Andalusia – passando per Milano.

Sono in treno con il naso incollato al finestrino. Vedo sfilare davanti al mio sguardo laghi, alberi, case. Vorrei catturare ogni immagine, conservarla nella memoria e riesumarla quando l’inverno buio mi richiamerà al lavoro. Le Alpi ­- temute e ormai amate sovrane elvetiche – si fanno sempre più piccole e vengono risucchiate dalle distese verdi e dalle risaie della pianura Padana. Lo sguardo spazia libero, senza più ostacoli. Palazzoni e case di dubbio gusto estetico prendono il posto delle baite e delle casette di montagna che puntellavano il paesaggio che fino a pochi minuti fa sfrecciava davanti ai miei occhi. Sento già un po’ di nostalgia della vita “selvaggia” tra camminate, scalate, bagni nel fiume freddo, latte appena munto preso ogni sera dal contadino e patate raccolte nell’orto. Sento la vita pulsante, caotica, rumorosa e un po’ maleodorante della grande città che si avvicina e mi obbligo a riordinare i miei pensieri e il mio modo di percepire il mondo: per quasi un mese ho vissuto in un villaggio di dodici case inerpicato sulle montagne dei Grigioni, incontrando ogni giorno solo pochi sguardi conosciuti e tra qualche ora sarò catapultata nella metropoli, capitale della moda e dell’industria italiana, stretta in una metropolitana insieme a centinaia di persone sconosciute, pigiate l’una all’altra come sardine in scatola. 

Eppure Milano mi piace, mi trema un po’ il cuore al pensiero di tornare lì.

Ci ho vissuto per un anno e mezzo – poco in confronto alla durata di una vita media, ma tanto se penso a tutto quello che lì è accaduto. Lì si è verificata la prima grande frattura della mia vita, lì il più grande sconvolgimento che ha trasformato la ragazzina ingenua di provincia nella donna – molto imperfetta, ma più piena di immagini, colori, dolori, sogni, delusioni, vittorie e curiosità – che sono ora. Ma questa è un’altra storia – e qui non ve la racconterò.

Milano è per me la città della libertà, della scoperta, il posto in cui, l’ho già detto, ho sentito, per la prima volta limpida la voce del mio pensiero. È la città dei musei, del teatro, della Scala, di un’università nuova. La città della prima metropolitana che io abbia visto e preso, la città della puzza e della fretta. La città delle amiche e dei conflitti, dei giri in bicicletta, delle corse e del “bosco in città”. La città di molto altro, che sarà sempre nel mio cuore.

Oggi però è solo la città che mi ospiterà per una notte e due mezze giornate e da cui domani prenderò l’aereo che mi porterà nell’ultimo luogo di questo mio lungo peregrinare estivo: l’Andalusia. L’ho sognata, l’ho immaginata, ho guardato lunghi documentari ambientati a Siviglia, a Cordoba, a Granada e tra una notte e qualche ora sarò davvero lì.
Devo solo prendere la giusta coincidenza del treno e non addormentarmi poco prima della mia fermata, come ho già fatto una volta. Devo solo non perdere l’aereo. Seppure imbranata e un po’ sognante, credo di potercela fare. Cara Andalusia, sto arrivando!
  

domenica 11 giugno 2017

Accoglienza berlinese



Appena arrivata nella capitale, abbandono la stazione centrale e mi immergo nel flusso della folla di stranieri e berlinesi. Stanca e un po’ smarrita decido di chiedere informazioni a un gruppo di persone che, supponevo (a ragione) essere indigeni e non turisti. Zaino in spalla e foglio su cui avevo scritto gli indirizzi di cui avrei avuto bisogno in mano, mi rivolgo a una signora. “Mi scusi” dico. Lei mi guarda per una frazione di secondo, poi volta la testa con disgusto e dice Nein. Evidentemente mi ha scambiata per una mendicante. Ora: va bene che mi sono alzata alle cinque del mattino, va bene che ho alle spalle sette ore di viaggio, va bene che durante tutto il tragitto in treno ho lavorato e questo non ha contribuito a donarmi un aspetto fresco e riposato, va bene che ho i capelli in disordine, insomma, va bene tutto: ma davvero sono messa così male da sembrare una mendicante? Glielo chiedo. Lei mi guarda e, questa volta, mi vede. Sorride alla mia domanda, si prodiga in scuse e mi dà più informazioni stradali di quante ne avessi bisogno. Il mio arrivo a Berlino, quindi, è stato da barbona.
È un aneddoto divertente, ma mi chiedo: quante persone guardiamo senza vederle veramente? Quante volte diciamo “no” guardando con sufficienza qualcuno che si rivolge a noi per chiederci qualche spicciolo (o magari delle indicazioni stradali)? Per quella frazione di secondo qualcuno mi ha trattata come se fossi uno scarto dell’umanità e non come una persona.
Una cosa del genere mi era capitata anche in Svizzera, nella città in cui ho studiato negli ultimi due anni. Una volta – mi ero trasferita da pochissimo – ero in stazione e avevo un impellente bisogno di far pipì. I bagni in stazione erano a pagamento e “l’ingresso” costava un franco. Malauguratamente avevo soltanto una moneta da cinque franchi con me e con quella, paradossalmente, non potevo accedere ai bagni. Che fare? Decisi di fermare qualcuno e chiedergli di scambiarmi la moneta. Ma dovetti fermare almeno venti persone (mentre la mia vescica minacciava di esplodere) prima che qualcuno mi desse la possibilità di andare oltre l’excusez-moi e lasciarmi formulare la domanda, senza dire non, non e andare oltre. Scambiata per una barbona anche quella volta. Eppure non ero in disordine e nemmeno particolarmente stanca. Forse dovrei farmi due domande e pensare di cambiare look, oppure lasciare perdere gli studi, cambiare vita e dedicarmi al vagabondaggio, chi lo sa.

domenica 14 maggio 2017

La partita a poker


Chi mi conosce lo sa: l’opera è una delle mie più grandi passioni. Quest’inverno, a Vienna con una mia amica, ho giocato carte false per ottenere, da uno dei tipi loschi vestiti di rosso (altrimenti noti come bagherini), dei biglietti economici per assistere alla rappresentazione del Barbiere di Siviglia di Rossini al Teatro dell’Opera. Iniziamo a contrattare in mezzo alla strada, quando lui ci propone, per un prezzo esorbitante, dei biglietti per uno spettacolo turistico (valzer di Strauß, arie di Puccini e l’immancabile Libiamo i lieti calici! di Verdi) in una sala dove, sosteneva l’elegante signore, una volta aveva suonato (o potrebbe aver suonato) Mozart (ma davvero? Che sorpresa, siamo a Vienna…). Quando lui capisce che sono irremovibile si guarda intorno circospetto e ci dice di seguirlo. La mia amica non parla il tedesco, non ha capito nulla della nostra conversazione e cammina accanto a me un po’ intimorita pensando che forse non era troppo prudente seguire quello strano tizio che abbandonava la strada centrale per entrare in un grande palazzo anonimo. Non vorrei trascinarla in un pasticcio, ma ho un gutes Gefühl, un buon presentimento, che, unito all’eccitazione di trovarmi finalmente a Vienna, mi suggerisce di non demordere. Il tipo losco ci conduce da un tipo ancora più losco che comincia a giocare con me quella che, agli occhi della mia amica, sembrava una partita a poker. Punto al ribasso. Vinco. La carta vincente è, sorprendentemente, la mia provenienza dal più profondo sud dell’Italia. Quando il tizio ne viene a conoscenza mi mostra con aria complice un tatuaggio sospetto, di cui non comprendo il significato. Tuttavia annuisco fingendo di capire. Lui è contento, ci dà i biglietti insieme al suo numero di telefono, che cestino appena girato l’angolo. La mia amica tira un respiro di sollievo e io faccio salti di gioia. Caro barbiere, stiamo arrivando!
Sulla strada istruisco la mia interlocutrice (che, a sua volta, durante il nostro breve soggiorno, mi aveva istruita sulla storia dell’impero asburgico e sulle vicende, pubbliche e private, della famiglia imperiale) sulla trama, canticchio le arie, parlo dei cantanti. Non riesco a contenere l’entusiasmo. Tanto che a un certo punto lei mi chiede: “Ma l’hai ascoltata così tante volte, come fa a non venirti a noia?”. Domanda legittima, ma lì per lì non riesco a darle una risposta convincente. Le parlo delle diverse messe in scena dei registi che amo, delle interpretazioni dei cantanti, dell'emozione del teatro, ma non riesco a centrare il punto con le parole, mi sento parlare e mi trovo noiosa. Che cos’è questa cosa che non riesco ad esprimere? Come spiegarle che ogni momento della mia vita è scandito dalle note cantate di Mozart, Händel, Verdi, Rossini e Wagner?
Finalmente è ora, entriamo nel teatro gremito di gente. C’è tutta la buona società viennese e noi siamo lì, con indosso i nostri vestiti di fortuna, imbacuccate per resistere al gelo austriaco, un po’ turiste e un po’ barbone, ma ci sentiamo delle gran dame. Prendiamo posto, si apre il sipario, lo spettacolo ha inizio. Chiudo gli occhi durante l’overture, lascio che ogni singola nota mi attraversi, la lascio vibrare dentro di me. Apro gli occhi e anche il mio sguardo si riempie di musica. La mia amica mi guarda e capisce quello che poco prima non avevo saputo spiegarle a parole. E in un attimo sono già di là.