Visualizzazione post con etichetta moglie. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta moglie. Mostra tutti i post

lunedì 4 dicembre 2017

E Rosina poverina… (seconda parte)


“Amore e fede eterna” augurava il coro alla coppia appena unita in matrimonio, Rosina e il Conte di Almaviva (alias Lindoro). Finalmente ha ottenuto, Lindoro, l’oggetto della sua brama, la musa che ispirava il suo amore. Il coro lo rassicura: ormai nulla potrà separarli. “Questo nodo non si scioglie, sempre a lei ti stringerà”, gli cantano. Che detto così potrebbe anche sembrare una minaccia, ma è la minaccia più dolce per due innamorati. 


Come si dice? Ah già: le ultime parole famose. 
 
Il seguito della storia di Rosina e il Conte di Almaviva è messa in scena da Mozart con Le nozze di Figaro – che, si è detto, è stata composta prima del Barbiere di Rossini. Così oggi farò un salto indietro e passerò da Rossini a Mozart.
Nelle Nozze il Conte è lontano dall’essere quel fervente innamorato di Rosina che era stato quando era Lindoro. Adesso che sono sposati sembra che gli sia venuta a noia sia la moglie che la fedeltà coniugale e, da uomo potente e piacente quale è, decide di esercitare il diritto feudale e soddisfare le sue voglie con le altre donne della sua contea. Arrogante e pieno di sé, si direbbe che l’unica qualità dell’ex Lindoro sia quella di non essere più un tenore, bensì un basso-baritono.
Nell’opera accade spesso che i “cattivi” siano bassi, mentre i “buoni” tenori. Tutti i personaggi giovani, belli e innamorati, da Tamino della Zauberflöte a Lindoro dell’Italiana in Algeri, sono tenori, mentre i “cattivi”, come Osmin dell’Entführung aus dem Serail, il Commendatore del Don Giovanni, Don Alfonso di Così fan tutte, sono bassi. Certo, ci sono delle eccezioni come il saggio Zarastro, basso profondo della Zauberflöte. E ci si potrebbe (e dovrebbe) chiedere che cosa si debba considerare buono e che cosa cattivo – ma in linea generale la regola è questa.
Tornando al Conte. Sarà perché nelle Nozze è, appunto, un basso, sarà perché sono un po’ innamorata di Rod Gilfry e della sua interpretazione del Conte di Almaviva, fatto sta che l’arrogante ed egoista signore aristocratico mi è assai più simpatico dell’ingenuo Lindoro. Il suo carattere è più complesso e meno scontato. È un uomo, mi sembra, in cerca di sé. Non sa dove stia il bene e dove stia il male. Va a caccia di quello che gli dà piacere e gioia, come una falena della luce, e si arrabbia con tutto quello che, dal suo punto di vista, lo ferisce o lo offende. Per questo è incoerente: non si fa problemi a trascorrere “certe mezz’ore” con le altre donne del castello, ma è geloso marcio di Rosina e non sopporta l’idea che anche lei possa tradirlo. Mi è simpatico perché è umano, non è uno stereotipo che si innamora di un ritratto. Mi è simpatico perché alla fine riesce a venire a capo di tutti i suoi guai (che si è più o meno autoinflitto), capisce di aver sbagliato e chiede perdono. E cambia.
Ma andiamo con ordine. L’opera si apre con la famosa scena in cui Figaro, che qui è il servitore del Conte di Almaviva, prende le misure della camera che il suo padrone ha assegnato a lui e alla sua promessa sposa Susanna, cameriera della Contessa, per collocarvi il loro talamo. Susanna però è agitata e alle sempre più pressanti domande di Figaro confessa che il Conte si è preso per lei una bella scuffia e che, in cambio della dote di nozze, pretende di esercitare su di lei il diritto feudale. In altre parole: vuole portarsela a letto. Figaro, offeso, promette di fargliela pagare.
La trama dell’opera è molto più articolata di quella del Barbiere. Tutti i personaggi sono pieni e vivi, ognuno con i suoi intrighi e i suoi garbugli. Qui adesso vi racconto soltanto del Conte e di Rosina.
Rosina viene a sapere dalla stessa Susanna che il Conte non le è fedele. Lei però lo sospettava. Già da tempo non era felice della condotta del suo “moderno marito”, al tempo fedifrago e geloso. Dove sono andati i bei momenti? Che fine hanno fatto tutte le promesse e i giuramenti pronunciati da quelle labbra menzognere – che, nonostante ciò, lei ancora ama?  
Come farlo redimere? Rosina, riaccesa dall’antico fuoco di rivalsa, decise di tendergli un tranello insieme a Susanna. Quest’ultima gli dovrà far credere di cedere alle sue lusinghe e quindi di accettare di concedersi a lui.

Tra un sì e un no, un no e un sì, il Conte (qui Rod Gilfry) cerca di acciuffare la cameriera per accelerare i tempi e giubila al pensiero di farla sua, mentre Susanna si scosta e si scusa con tutti quelli che amano perché è costretta a mentire. Qualche scena più in là i due si accordano, grazie a un bigliettino, di trovarsi con il favore della notte in giardino e consolare lì le loro voglie.
Tutto è così disposto. Il Conte, convinto di avere un appuntamento hot con la tanto desiderata cameriera, all’ora stabilita si reca al luogo dell’incontro. Nel frattempo, però, Susanna e Rosina, per trarlo in inganno, si sono scambiate i vestiti e quella che, nella semioscurità, il Conte bacia avidamente non è Susanna, ma la sua stessa consorte che veste i panni della cameriera.

Il Conte però non riconosce le stranote mani e si meraviglia di quanto siano morbide le dita che crede sconosciute. Si eccita: il calore del corpo di una donna “nuova” riaccende tutto il suo ardore. Mi chiedo sempre come diamine faccia a non riconoscerla. Se non la forma delle mani, ma almeno l’odore della pelle, la voce… Le cose sono due: o è un marito molto distratto, o il testosterone gli ha dato completamente alla testa, obnubilandogli tutti i sensi. Chissà. La conclusione sembrerebbe essere che basta abbassare le luci e indossare gli abiti di un’altra persona per ravvivare il fuoco della passione di una vecchia coppia – ma non vogliamo essere così prosaici. Un rumore interrompe quello che ancora non si è consumato e i due amanti si separano per paura di essere scoperti.  

Chissà cosa avrà pensato Rosina vedendo l’amato consorte fare una corte sfrenata a quella che lui credeva essere Susanna. Chissà se avrà avuto dei rimpianti, se si sarà chiesta come sarebbe stata la sua vita se non si fosse lasciata ammaliare da Lindoro. Chissà se ha mai ripensato a Bartolo e al suo amore incondizionato per lei.
Nelle Nozze Bartolo sembra essersi in qualche modo consolato dalla “rottura” con Rosina. Dopo aver scoperto che Figaro è nientemeno che il figlio che lui, anni addietro, aveva concepito con Marcellina – la quale, prima di questa scoperta, aspirava a diventare la moglie di Figaro (allarme incesto) – decide (più o meno liberamente) di sposare quest’ultima. Se lui sarà davvero contento insieme a questa donna petulante non lo so, però troppo insoddisfatto non sembra. 
    

Ma torniamo ai nostri amanti in giardino. Li abbiano lasciati che si erano appena divisi perché avevano sentito un rumore. Il Conte spia dal suo nascondiglio chi gli aveva rotto le uova nel paniere e vede Figaro intento ad amoreggiare con – sua moglie Rosina. O almeno quella che lui pensa essere sua moglie. Si tratta invece di Susanna travestita da Rosina che mette in scena l’ultimo atto del piano escogitato con quest’ultima per dare una lezione al marito. Il Conte ci casca con tutte le scarpe e, pazzo di gelosia, corre come una furia verso la fedifraga coppia, la quale si nasconde in un antro. Pensando di cogliere in fallo Rosina, il Conte chiama i suoi uomini al suono di “Gente, gente! All’armi, all’armi!”. La gente si raduna e il Conte, pensando di esporre la coppia rea alla pubblica umiliazione, li strattona fuori dal loro nascondiglio.
Figaro e Susanna (sotto le spoglie della Contessa) chiedono perdono all’unisono, ma il Conte è irremovibile. “No, no, non sperarlo!”, continua a ripetere. L’offesa è troppo grave, l’onta con cui la moglie lo ha macchiato non può essere lavata con parole di perdono. Le rimprovera un tradimento che lui stesso era in procinto di compiere – se non fosse stato interrotto, appunto, da loro. Improvvisamente una voce proveniente dal fondo del palco fa ammutolire tutti. La Contessa, quella vera, compare quasi dal nulla come un fantasma. “Almeno io per loro perdono otterrò”, canta.
Il Conte la guarda e, dopo qualche lungo secondo di silenzio, si inginocchia e intona uno dei canti più commuoventi che io abbia sentito mai, con le sole parole: “Contessa, perdono”. 

Mi piace pensare che il Conte, quando vede comparire Rosina, si redima davvero. Mi piace pensarlo perché questo Andante fa vibrare tutte le corde del mio cuore e a mala pena, quando lo ascolto, riesco a trattenere le lacrime. Mi piace sognare che anche nella vita vera gli errori, le azioni che feriscono, si possano risolvere così. Con il perdono.
La Contessa accetta le scuse del Conte, lui le bacia la mano sotto lo sguardo commosso di tutti e il coro conclude: “Ah, tutti contenti saremo così”. Tutti contenti, come nelle favole.
Poi Allegro assai. Archi, flauti, oboi, clarinetti, fagotti, corni, trombe e timpani per il gran finale.
Questo giorno di tormenti,
di capricci e di follia,
in contenti e in allegria
solo Amor può terminar.
Sposi, amici, al ballo! Al gioco!
Alle mine date fuoco,
ed al suon di lieta marcia
corriam tutti a festeggiar!
 Anche Le nozze di Figaro si concludono, come il Barbiere, con uno sposalizio – addirittura doppio: quello di Susanna e Figaro e quello di Bartolo e Marcellina. Se Susanna sarà contenta, se rimpiangerà di non aver davvero ceduto alle lusinghe del Conte o di non avere scelto uno sposo più giovane e fervente come Cherubino (evidentemente i toy-boys erano in voga già allora) non ci è dato saperlo. Ma anche nelle favole questo non lo dicono – e tutte si concludono con un happy end.

mercoledì 19 luglio 2017

Giovani trentenni: l'opera e l'età




Se chiudete gli occhi e ascoltate questo duetto, che cosa immaginate? Una voce da basso-baritono sta cantando mentre prende le misure della camera dove istallerà il talamo nuziale destinato a lui e alla sua sposa. Interviene acuto un soprano che lo invita ad ammirare il cappello confezionato in vista delle nozze e il baritono si profonde in complimenti, mentre continua a misurare. Come vi figurate questi personaggi? Quanti anni avranno? 
 

Sono personalità complesse, vive e intraprendenti: Figaro, il Conte di Almaviva, Selim, Belmonte, Osmin, Ferrando e Guglielmo – solo per citarne alcuni. Ho passato anni ad ascoltare i vinili di mio padre, prima di vedere una rappresentazione dal vivo e dare volti a quelle voci. Ci avevo fantasticato sopra a lungo. Me li immaginavo adulti, trentenni affascinanti dalla voce profonda e suadente.
Fui così sorpresa e un po’ delusa quando, facendo due conti, mi resi conto di quanti anni avessero in realtà. Figaro delle famose Nozze – che sta per sposare l’amata Susanna e si batte affinché questo matrimonio possa aver luogo, contro la volontà del Conte che, invece, vorrebbe esercitare il diritto feudale su Susanna, trascorrendo con lei alcune mezzore in antri ascosi del suo podere… –  non doveva avere più di diciassette o diciotto anni, per star larghi. Un ragazzino!
Mi sembrava incredibile, ma il libretto parla chiaro. Quando il Conte gli impone di sposare non Susanna, ma la vecchia Marcellina (non voglio immaginare che cosa intendesse qui il caro Mozart con “vecchia” –  e preferisco non indagare oltre), per saldare un vecchio debito (“Lei t’ha prestato duemila pezzi duri”), Figaro si rifiuta, affermando che non potrà piegarsi a un tale matrimonio senza avere prima l’assenso dei suoi nobili parenti che, ahimè, non è ancora riuscito a ritrovare. Spiega infatti che in tenera età fu rapito e sottratto alla sua nobile famiglia. Da allora sono trascorsi dieci anni. Dieci anni? Mettiamo caso che sia stato rapito all’età di sette anni (ma avrebbe potuto averne anche sei o nove), aggiungiamo i dieci della ricerca ed ecco che Figaro, dall’attraente trentenne del mio immaginario, diventa un ragazzetto di poco più di diciassette anni. 

   
In Così fan tutte non c’è bisogno di grandi calcoli o congetture per scoprire l’età delle due protagoniste dell’opera, Fiordiligi e Dorabella – anch’esse in procinto di sposarsi, il cui amore per i rispettivi fidanzati è messo alla prova da Don Alfonso che, con l’aiuto della cameriera Despina, cerca di indurre (e ci riesce!) le due donne a tradire i promessi sposi con (nientemeno che) i fidanzati stessi travestiti da avvenenti stranieri – tutto questo per dimostrare che le donne sono tutte uguali: infedeli, traditrici. Despina, per convincere le due protagoniste a cadere tra le braccia degli insistenti spasimanti canta che:  

 
 Una donna a quindici anni
dee saper ogni gran moda, / dove il diavolo ha la coda, / cosa è bene e mal cos'è.
Dee saper le maliziette / che innamorano gli amanti, / finger riso, finger pianti,/ inventar i bei perché.
Dee in un momento / dar retta a cento, / colle pupille / parlar con mille, /
dar speme a tutti, / sien belli, o brutti, / saper nascondersi / senza confondersi,
senza arrossire / saper mentire / e, qual regina / dall'alto soglio, / col posso e voglio
farsi ubbidir.    

Dorabella e Fiordiligi sono due quindicenni. E quante cose devono essere in grado di fare a quindici anni! Sapere cos’è bene e cos’è male, fare innamorare fingendo riso o pianto gli uomini ingenuotti – sia che siano belli, sia che siano brutti. La cosa più importante, però, è sapere mentire e sfruttare la menzogna per comandare. È vero che si tratta di opere composte alla fine del 1700 e che allora a quindici anni si era già donne fatte, ma prendere la consapevolezza della loro età rivoluziona il mio modo di immaginarle. Immagini corroborate anche dalle messe in scena più diffuse: sia quelle tradizionali, che quelle più moderne – che le fanno apparire come trentenni disilluse, un po’ annoiate e consumate dall’alcol.

Più simpatica trovo invece quella di Sergio Morabito in cui Dorabella è una quindicenne impacciata  e insicura che si fa incantare dalle parole della scaltra cameriera e comincia timidamente a sognare corteggiamenti romantici e amanti passionali. 


 Del resto, come rimproverare di infedeltà verso fidanzati assenti due quindicenni in piena tempesta ormonale?

sabato 20 maggio 2017

La moglie di Dante



Non tutti sanno che il nome della moglie del famoso poeta fiorentino fosse Gemma Donati. Sì, al nome di Dante è associato sempre quello di Beatrice: la sua passione di giovinezza, la musa ispiratrice della sua produzione letteraria, la donna-angelo che lo guida nel Paradiso della Commedia. Tutto molto bello, tutto molto poetico, ma di tutto questo cosa ne pensava sua moglie?
Immaginiamo per un attimo di essere la moglie di Dante e di vederlo tutto il giorno al lavoro, chino sulle sue carte a scrivere di chi? Di un’altra donna – e che donna poi! Sguardo innocente, sorriso angelico, capelli folti e morbidi, fisico da urlo… A questa donna, quindi, nostro marito rivolge tutti i suoi pensieri e il suo ardore (poetico e non). Non impazziremmo di gelosia?
Già mi immagino la scena: Gemma ha preparato la cena che Dante sta mangiando distrattamente mentre rilegge la seconda canzone del suo Convivio. La moglie cerca di raccontargli qualcosa, ma lui risponde con mugugni e borbottii disinteressati e non stacca gli occhi dai suoi versi, ai quali riserva un mezzo sorriso di soddisfazione (o autocompiacimento). A un certo punto Gemma si alza, va verso di lui, gli strappa i fogli dalle mani e gli urla: “Dante, sei impossibile! Non mi ascolti mai e stai sempre a rimuginare su queste dannate carte!” poi inizia a leggere il frutto di tanto lavoro, tempo e passione del marito: 

Amor che ne la mente mi ragiona
de la mia donna disiosamente,
move cose di lei meco sovente,
che lo ’ntelletto sovr’esse disvia.
Lo suo parlar sì dolcemente sona,
che l’anima ch’ascolta e che lo sente
dice: “Oh me lassa! ch’io non son possente
di dir quel ch’odo de la donna mia!”

Dalla rabbia diventa paonazza e urla: “Beatrice! Sempre questa Beatrice! Non riesci proprio a togliertela dalla testa! Beatrice nella Commedia, Beatrice nel Convivio… E per me? Io che ti preparo sempre pranzo e cena, che stiro le tue toghe e ascolto le tue paturnie… per me nemmeno mezzo verso?! Insomma, son forse la figlia di nessuno?”. Dante abbassa gli occhi un po’ imbarazzato, si confonde, inizia a balbettare: “Ma… ma… Gemma, amore mio, cerca di capire…”. “No, non c’è niente da capire, Dante! Non ce la faccio più, voglio il divorzio!”. “Gemma, ti prego, cerca di ragionare… lasciami spiegare”. Gemma lo guarda, ancora rossa in volto, con gli occhi sgranati, rossi e lucidi, fuori dalle orbite, le mani strette a pungo, tremante di rabbia. Ma lo lascia continuare. “Gemma, luce dei miei occhi, lascia che ti spieghi: Beatrice nei miei versi non è che un’allusione! Non è di lei che parlo, il nome di Beatrice è soltanto un’allegoria per indicare la filosofia, è la filosofia, non lei, che amo!”. Finito di parlare la guarda un po’ dubitante, se la sarà bevuta? Gemma sospira, rassegnata, e va in cucina. Come no, la filosofia. Anche Dante sospira: per questa volta l’ha scampata bella. Però, per sicurezza, decide di scrivere un commento per ogni canzone del Convivio: “Meglio ribadirlo anche lì che Beatrice è stata solo una cotta da adolescente e che ora è la filosofia il mio amore più ardente. Ottima scusa. Meglio mettersi al sicuro, non si sa mai, la furia delle mogli…”