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lunedì 4 dicembre 2017

E Rosina poverina… (seconda parte)


“Amore e fede eterna” augurava il coro alla coppia appena unita in matrimonio, Rosina e il Conte di Almaviva (alias Lindoro). Finalmente ha ottenuto, Lindoro, l’oggetto della sua brama, la musa che ispirava il suo amore. Il coro lo rassicura: ormai nulla potrà separarli. “Questo nodo non si scioglie, sempre a lei ti stringerà”, gli cantano. Che detto così potrebbe anche sembrare una minaccia, ma è la minaccia più dolce per due innamorati. 


Come si dice? Ah già: le ultime parole famose. 
 
Il seguito della storia di Rosina e il Conte di Almaviva è messa in scena da Mozart con Le nozze di Figaro – che, si è detto, è stata composta prima del Barbiere di Rossini. Così oggi farò un salto indietro e passerò da Rossini a Mozart.
Nelle Nozze il Conte è lontano dall’essere quel fervente innamorato di Rosina che era stato quando era Lindoro. Adesso che sono sposati sembra che gli sia venuta a noia sia la moglie che la fedeltà coniugale e, da uomo potente e piacente quale è, decide di esercitare il diritto feudale e soddisfare le sue voglie con le altre donne della sua contea. Arrogante e pieno di sé, si direbbe che l’unica qualità dell’ex Lindoro sia quella di non essere più un tenore, bensì un basso-baritono.
Nell’opera accade spesso che i “cattivi” siano bassi, mentre i “buoni” tenori. Tutti i personaggi giovani, belli e innamorati, da Tamino della Zauberflöte a Lindoro dell’Italiana in Algeri, sono tenori, mentre i “cattivi”, come Osmin dell’Entführung aus dem Serail, il Commendatore del Don Giovanni, Don Alfonso di Così fan tutte, sono bassi. Certo, ci sono delle eccezioni come il saggio Zarastro, basso profondo della Zauberflöte. E ci si potrebbe (e dovrebbe) chiedere che cosa si debba considerare buono e che cosa cattivo – ma in linea generale la regola è questa.
Tornando al Conte. Sarà perché nelle Nozze è, appunto, un basso, sarà perché sono un po’ innamorata di Rod Gilfry e della sua interpretazione del Conte di Almaviva, fatto sta che l’arrogante ed egoista signore aristocratico mi è assai più simpatico dell’ingenuo Lindoro. Il suo carattere è più complesso e meno scontato. È un uomo, mi sembra, in cerca di sé. Non sa dove stia il bene e dove stia il male. Va a caccia di quello che gli dà piacere e gioia, come una falena della luce, e si arrabbia con tutto quello che, dal suo punto di vista, lo ferisce o lo offende. Per questo è incoerente: non si fa problemi a trascorrere “certe mezz’ore” con le altre donne del castello, ma è geloso marcio di Rosina e non sopporta l’idea che anche lei possa tradirlo. Mi è simpatico perché è umano, non è uno stereotipo che si innamora di un ritratto. Mi è simpatico perché alla fine riesce a venire a capo di tutti i suoi guai (che si è più o meno autoinflitto), capisce di aver sbagliato e chiede perdono. E cambia.
Ma andiamo con ordine. L’opera si apre con la famosa scena in cui Figaro, che qui è il servitore del Conte di Almaviva, prende le misure della camera che il suo padrone ha assegnato a lui e alla sua promessa sposa Susanna, cameriera della Contessa, per collocarvi il loro talamo. Susanna però è agitata e alle sempre più pressanti domande di Figaro confessa che il Conte si è preso per lei una bella scuffia e che, in cambio della dote di nozze, pretende di esercitare su di lei il diritto feudale. In altre parole: vuole portarsela a letto. Figaro, offeso, promette di fargliela pagare.
La trama dell’opera è molto più articolata di quella del Barbiere. Tutti i personaggi sono pieni e vivi, ognuno con i suoi intrighi e i suoi garbugli. Qui adesso vi racconto soltanto del Conte e di Rosina.
Rosina viene a sapere dalla stessa Susanna che il Conte non le è fedele. Lei però lo sospettava. Già da tempo non era felice della condotta del suo “moderno marito”, al tempo fedifrago e geloso. Dove sono andati i bei momenti? Che fine hanno fatto tutte le promesse e i giuramenti pronunciati da quelle labbra menzognere – che, nonostante ciò, lei ancora ama?  
Come farlo redimere? Rosina, riaccesa dall’antico fuoco di rivalsa, decise di tendergli un tranello insieme a Susanna. Quest’ultima gli dovrà far credere di cedere alle sue lusinghe e quindi di accettare di concedersi a lui.

Tra un sì e un no, un no e un sì, il Conte (qui Rod Gilfry) cerca di acciuffare la cameriera per accelerare i tempi e giubila al pensiero di farla sua, mentre Susanna si scosta e si scusa con tutti quelli che amano perché è costretta a mentire. Qualche scena più in là i due si accordano, grazie a un bigliettino, di trovarsi con il favore della notte in giardino e consolare lì le loro voglie.
Tutto è così disposto. Il Conte, convinto di avere un appuntamento hot con la tanto desiderata cameriera, all’ora stabilita si reca al luogo dell’incontro. Nel frattempo, però, Susanna e Rosina, per trarlo in inganno, si sono scambiate i vestiti e quella che, nella semioscurità, il Conte bacia avidamente non è Susanna, ma la sua stessa consorte che veste i panni della cameriera.

Il Conte però non riconosce le stranote mani e si meraviglia di quanto siano morbide le dita che crede sconosciute. Si eccita: il calore del corpo di una donna “nuova” riaccende tutto il suo ardore. Mi chiedo sempre come diamine faccia a non riconoscerla. Se non la forma delle mani, ma almeno l’odore della pelle, la voce… Le cose sono due: o è un marito molto distratto, o il testosterone gli ha dato completamente alla testa, obnubilandogli tutti i sensi. Chissà. La conclusione sembrerebbe essere che basta abbassare le luci e indossare gli abiti di un’altra persona per ravvivare il fuoco della passione di una vecchia coppia – ma non vogliamo essere così prosaici. Un rumore interrompe quello che ancora non si è consumato e i due amanti si separano per paura di essere scoperti.  

Chissà cosa avrà pensato Rosina vedendo l’amato consorte fare una corte sfrenata a quella che lui credeva essere Susanna. Chissà se avrà avuto dei rimpianti, se si sarà chiesta come sarebbe stata la sua vita se non si fosse lasciata ammaliare da Lindoro. Chissà se ha mai ripensato a Bartolo e al suo amore incondizionato per lei.
Nelle Nozze Bartolo sembra essersi in qualche modo consolato dalla “rottura” con Rosina. Dopo aver scoperto che Figaro è nientemeno che il figlio che lui, anni addietro, aveva concepito con Marcellina – la quale, prima di questa scoperta, aspirava a diventare la moglie di Figaro (allarme incesto) – decide (più o meno liberamente) di sposare quest’ultima. Se lui sarà davvero contento insieme a questa donna petulante non lo so, però troppo insoddisfatto non sembra. 
    

Ma torniamo ai nostri amanti in giardino. Li abbiano lasciati che si erano appena divisi perché avevano sentito un rumore. Il Conte spia dal suo nascondiglio chi gli aveva rotto le uova nel paniere e vede Figaro intento ad amoreggiare con – sua moglie Rosina. O almeno quella che lui pensa essere sua moglie. Si tratta invece di Susanna travestita da Rosina che mette in scena l’ultimo atto del piano escogitato con quest’ultima per dare una lezione al marito. Il Conte ci casca con tutte le scarpe e, pazzo di gelosia, corre come una furia verso la fedifraga coppia, la quale si nasconde in un antro. Pensando di cogliere in fallo Rosina, il Conte chiama i suoi uomini al suono di “Gente, gente! All’armi, all’armi!”. La gente si raduna e il Conte, pensando di esporre la coppia rea alla pubblica umiliazione, li strattona fuori dal loro nascondiglio.
Figaro e Susanna (sotto le spoglie della Contessa) chiedono perdono all’unisono, ma il Conte è irremovibile. “No, no, non sperarlo!”, continua a ripetere. L’offesa è troppo grave, l’onta con cui la moglie lo ha macchiato non può essere lavata con parole di perdono. Le rimprovera un tradimento che lui stesso era in procinto di compiere – se non fosse stato interrotto, appunto, da loro. Improvvisamente una voce proveniente dal fondo del palco fa ammutolire tutti. La Contessa, quella vera, compare quasi dal nulla come un fantasma. “Almeno io per loro perdono otterrò”, canta.
Il Conte la guarda e, dopo qualche lungo secondo di silenzio, si inginocchia e intona uno dei canti più commuoventi che io abbia sentito mai, con le sole parole: “Contessa, perdono”. 

Mi piace pensare che il Conte, quando vede comparire Rosina, si redima davvero. Mi piace pensarlo perché questo Andante fa vibrare tutte le corde del mio cuore e a mala pena, quando lo ascolto, riesco a trattenere le lacrime. Mi piace sognare che anche nella vita vera gli errori, le azioni che feriscono, si possano risolvere così. Con il perdono.
La Contessa accetta le scuse del Conte, lui le bacia la mano sotto lo sguardo commosso di tutti e il coro conclude: “Ah, tutti contenti saremo così”. Tutti contenti, come nelle favole.
Poi Allegro assai. Archi, flauti, oboi, clarinetti, fagotti, corni, trombe e timpani per il gran finale.
Questo giorno di tormenti,
di capricci e di follia,
in contenti e in allegria
solo Amor può terminar.
Sposi, amici, al ballo! Al gioco!
Alle mine date fuoco,
ed al suon di lieta marcia
corriam tutti a festeggiar!
 Anche Le nozze di Figaro si concludono, come il Barbiere, con uno sposalizio – addirittura doppio: quello di Susanna e Figaro e quello di Bartolo e Marcellina. Se Susanna sarà contenta, se rimpiangerà di non aver davvero ceduto alle lusinghe del Conte o di non avere scelto uno sposo più giovane e fervente come Cherubino (evidentemente i toy-boys erano in voga già allora) non ci è dato saperlo. Ma anche nelle favole questo non lo dicono – e tutte si concludono con un happy end.

martedì 28 novembre 2017

E Rosina poverina… (prima parte)


Sebbene siano state composte da due persone diverse, in due momenti diversi, il Barbiere di Siviglia di Rossini e Le nozze di Figaro di Mozart rappresentano due frammenti della stessa storia. Il Barbiere, la cui prima esecuzione è datata 1816, costituisce l’antecedente di quello che si svolge nel libretto di Da Ponte, messo in scena da Mozart nel 1786. Quando l’ho realizzato mi sono stupita. All’inizio pensavo fosse un caso che il protagonista delle due opere si chiamasse Figaro: concentrandomi più sulla musica che sulla storia non mi ero resa conto che anche gli altri personaggi fossero gli stessi. A giustificare la mia sbadataggine depone il fatto che i nomi e le funzioni dei protagonisti dell’una e dell’altra opera erano cambiati: nell’opera di Rossini, Figaro è il barbiere più in della città, nelle Nozze è presentato invece come il servitore del Conte di Almaviva. Il Conte delle Nozze si fa chiamare Lindoro nel Barbiere per essere sicuro che Rosina si innamori di lui e non dei suoi soldi o del suo titolo nobiliare. Nelle Nozze Rosina, che è già sposata con il Conte, è chiamata tutto il tempo Contessa di Almaviva. Solo una o due volte viene chiamata, di sfuggita, col suo nome, ma nella concitazione dei duetti e dei terzetti non è la prima cosa che salta all’occhio – o all’orecchio. Il dottor Bartolo, tutore autorevole ma goffo di Rosina nel Barbiere, nelle Nozze è solo una macchietta che, alla fine della fiera, si rivela essere il padre di Figaro e sposa la “vecchia” Marcellina, sua fiamma di gioventù. Nelle Nozze, poi, ci sono personaggi che nel Barbiere non compaiono: Susanna, la promessa sposa di Figaro, il paggio Cherubino e Barbarina – per citarne qualcuno. Sbadataggine la mia, ma parzialmente giustificata.
Rosina è un personaggio che mi piace e al quale mi sento molto vicina. Se non fosse che in tedesco il suo nome suona come Rosinen, ovvero uva passa, che trovo disgustosa, avrei quasi voluto chiamarmi così (per inciso: il mio nome, in inglese, suona come succoso, che tanto meglio non è). Rosina è testarda, cocciuta, impertinente (frech), finta arrendevole, ma allo stesso tempo sognatrice e un po’ ingenua – quadro che dipinge lei stessa nell’aria Una voce poco fa del Barbiere che posto qui nell’interpretazione della Callas, la mia preferita. “Io sono docile” dice “son rispettosa, sono obbediente, dolce e amorosa. Mi lascio reggere, mi fo guidar”. L’immagine della fanciulla sottomessa, che si rimette alla volontà dell’uomo, padre-padrone? Sembra di sì, ma… Ma Rosina continua (e il ma della Callas in quest’aria, al minuto 4:04, riflette tutta la Frechheit del personaggio): “Ma se mi toccano qua nel mio debole, sarò una vipera. E cento trappole, prima di cedere, farò giocar”.   

Che cosa succede? La storia ve la racconto seguendo la cronologia della narrazione e non l’ordine cronologico con cui le due opere sono state composte.
Nel Barbiere il Conte di Almaviva si innamora di Rosina, giovane pupilla del dottor Bartolo. Per conquistarla ricorre all’aiuto dello scaltro Figaro, il factotum della città – come lui stesso si definisce. Insieme a lui il Conte, che da questo momento in poi si farà chiamare Lindoro, elabora una serie di stratagemmi per riuscire a introdursi in casa del dottor Bartolo, dichiararsi all’amata e andare via insieme come marito e moglie. Le escogitano tutte: prima si traveste da soldato ubriaco, poi da insegnante di musica, sostituto di don Basilio. 

Sembra proprio innamorato pazzo. Malauguratamente per lui però anche Bartolo è innamorato della sua pupilla e già da tempo progetta di sposarla.
Il dottor Bartolo, a discapito dell’antipatia che Rosina prova nei suoi confronti, a me risulta simpatico e quasi quasi ho fatto il tifo per lui e non per Lindoro. Forse perché lui è un basso – e il mio debole per i bassi non è un mistero –, mentre Lindoro è un tenore. E dei tenori non mi fido. Forse perché il suo amore per Rosina si basa su una profonda conoscenza reciproca e non sul fascino dell’aspetto fisico di lei. Bartolo ama Rosina con tutti i suoi difetti. L’amerà Lindoro allo stesso modo, quando al mattino la vedrà spettinata e senza trucco? Riuscirà a tenere testa a quel caratterino? La risposta la dà Mozart nelle Nozze di Figaro, ma di questo parlerò dopo.
Il dottor Bartolo è un tenerone e per conquistare la simpatia della sua pupilla non si vergogna a rendersi ridicolo:

Questo però non significa che si faccia prendere in giro facilmente. Quando sospetta che la sua amata e Figaro stanno tramando qualcosa alle sue spalle fa valere la sua autorità – o almeno ci prova…
  
Un dottor della sua sorte non si lascia infinocchiar? Forse, ma Rosina è cocciuta. Adesso si è fissata che vuole scappare con l’affascinante Lindoro e chi può toglierle di testa quest’idea? Lei è giovane, Lindoro è bello. Anche lei si dichiara innamorata persa di un tipo che ha visto solo di sfuggita dal balcone. Un tenore per di più. Ma tant’è – vuole sentirsi libera, vuole sperimentare la vita, vuole fare come tutte le ragazze della sua età (Così fan tutte, appunto). Ne risulta il classico schema della commedia dell’arte: una coppia di innamorati, un “cattivo” che si oppone alla loro unione e un servo astuto che li aiuta ad averla vinta. Dopo tante peripezie e un immancabile equivoco finale, tipico della commedia, Rosina scopre che Lindoro è nientemeno che il Conte di Almaviva e i due riescono a sposarsi. 

 “Amore e fede eterna si vegga in voi regnar” conclude il coro, mentre il Conte e Rosina, bellissimi e raggianti, coronano il loro sogno (?) d’amore. Ma sarà davvero un “felice innesto”? Sarà contenta Rosina della sua scelta o avrà dei rimpianti? Il Conte si rivelerà essere quel giovane innamorato che le aveva fatto perdere la testa?


E il cervello poverello
già stordito sbalordito
non ragiona, si confonde,
si riduce ad impazzar.

Spoiler:


 

lunedì 11 settembre 2017

Avventura andalusa. Prima tappa: Sevilla


Il viaggio che mi ha condotta in Spagna mi ha fatto attraversare non soltanto tre nazioni in tre giorni, ma anche tre stagioni: ho lasciato un clima d’inizio inverno sulle montagne dei Grigioni, sono passata attraverso un autunno piovigginoso milanese per giungere alla bollente estate spagnola, con i suoi 38 gradi. Sotto il sole ancora rovente del tramonto che tinge di arancione le facciate degli edifici bianchi e l’odore di cavallo che invade le narici dei passanti e dei turisti sulla piazza della Cattedrale di Siviglia inizia la mia avventura andalusa.
La Spagna mi sorprende subito per la sua organizzazione. Nel mio immaginario era un posto un po’ caotico, non troppo dissimile dall’Italia. Credevo che, come nel mio paese d’origine, i mezzi di trasporto fossero sempre in ritardo (sia a Palermo che in alcune zone di Milano – soprattutto in estate – bisognava affidarsi a un oracolo per sapere quando il bus sarebbe passato e ringraziare tutti i santi se il bus si decideva davvero a passare), che le persone fossero pigre e le strade un po’ sporche. Come in Italia. Quel mio lui, del resto, quando eravamo insieme, diceva sempre tutto il male possibile degli spagnoli, dipingendoli come svogliati e ottusi. Io non ero mai stata in Spagna e di spagnoli non ne conoscevo. Così, senza rendermene conto, avevo lasciato che nella mia testa si corroborasse un cliché di cui, fino ad ora, non mi ero nemmeno curata troppo.
Svolta.
Già dal primo giorno in Andalusia mi rendo conto che l’Italia è assai più indietro rispetto alla Spagna – e che di simile hanno solo la lingua e quella disinvoltura dei modi della gente tipica dei paesi mediterranei. Punto.
Tutti i bus in orario, città molto organizzate (a misura di pedone e a prova di turista – anche del più imbranato come me, che ho il senso dell’orientamento di un lombrico ubriaco) e strade linde. Mi stupiscono gli impiegati sprint della nettezza urbana che, dopo l’una di notte, scorrazzano per la città con i loro camioncini, si fiondano (letteralmente!) sui bidoni dell’immondizia, li ripuliscono procedendo a una velocità impressionante, mentre i loro colleghi inondano le strade di acqua insaponata e le spazzano. Altro che pigrizia! 4 a 0 per la Spagna – e non solo nei Mondiali di calcio.
Il mio viaggio alla scoperta dell’Andalusia inizia qui a Siviglia e mi porterà a Malaga passando per Cordoba per giungere (finalmente!) all’Alhambra di Granada. 

Per me Siviglia è un sogno. È la città che ha ispirato grandi (e meno grandi, ma pur sempre importanti) compositori, che l’hanno scelta come teatro delle loro opere. È la città delle Nozze di Figaro di Mozart, del Barbiere di Siviglia di Rossini e della Carmen di Bizet, criticato in maniera così sottilmente ironica da Nietzsche in Der Fall Wagner, ma a cui voglio bene, trattandosi della prima opera che io abbia mai visto dal vivo ­ e addirittura alla Scala di Milano!

In questa città quasi a ogni passo mi imbatto in uno dei posti dell’opera. 
Mi entusiasmo quando scopro che a due passi dal posto che per pochi giorni chiamerò “casa” c’è il balcone di Rosina del Barbiere

Il balcone sotto cui Lindoro (pseudonimo usato dal Conte di Almaviva) le aveva cantato una serenata, aveva pregato Figaro di aiutarlo ad escogitare degli stratagemmi per potersi intrufolare in casa del dottor Bartolo e rivelare a Rosina i suoi sentimenti, nella speranza di essere ricambiato e andare via con lei come marito e moglie. 
Torno lì una sera, prima di ritirarmi nella mia stanzetta, mi siedo sugli scalini di pietra ancora caldi del sole del giorno, nonostante sia già buio, metto gli auricolari del mio lettore mp3 e mentre ascolto l'aria di Lindoro Se il mio nome saper voi bramate inizio a fantasticare. 


Il giorno seguente decido di andare alla ricerca del vero barbiere di Siviglia – o per meglio dire di un barbiere vero a Siviglia ­ e lo stano in un salone di Calle Sierpes. Con un po’ di imbarazzo gli chiedo, nel mio spagnolo traballante, di lasciarsi fotografare e gli spiego perché. Lui è divertito e mi lascia fare. Scambiamo ancora qualche parola e lo prego di non svelarmi il suo vero nome: per me resterà così Figaro, il barbiere di Siviglia. 
 

Nella Juderia trovo il posto in cui Carmen scappa inseguita dai soldati e poco più avanti la strada nella quale si trovava la taverna in cui incontra Don José ed Escamillo.  
Mi imbatto in luoghi dell’opera persino quando sto cercando qualcos’altro. Quando, nonostante le tante indicazioni stradali, mi perdo per le strade della città finendo dalla parte opposta del posto che volevo raggiungere (l’ho detto: lombrico ubriaco), vedo un palazzo imponente e bellissimo e mi chiedo che cosa possa essere. Ipotizzo che si tratti non meno di un palazzo reale.  





Mi avvicino, allora, sperando che un qualche cartello informativo mi sveli l’arcano. L’organizzata Spagna anche stavolta non mi delude e di nuovo mi stupisce: è un’ex fabbrica di tabacco – quella stessa fabbrica in cui è ambientata la Carmen – oggi sede della facoltà di Lettere e Filosofia dell'università di Siviglia.

Insomma, pur non essendo andata all’Opera, qui l’Opera la vivo davvero.  

L’avventura però è appena cominciata: da domani mi metterò sulle tracce dei filosofi arabi e dei sultani delle mille e una notte, alla scoperta dei luoghi che hanno visto convivere – in pace e in guerra – tre culture e religioni. Dall’Alcázar di Siviglia all’Alhambra di Granada.

mercoledì 19 luglio 2017

Giovani trentenni: l'opera e l'età




Se chiudete gli occhi e ascoltate questo duetto, che cosa immaginate? Una voce da basso-baritono sta cantando mentre prende le misure della camera dove istallerà il talamo nuziale destinato a lui e alla sua sposa. Interviene acuto un soprano che lo invita ad ammirare il cappello confezionato in vista delle nozze e il baritono si profonde in complimenti, mentre continua a misurare. Come vi figurate questi personaggi? Quanti anni avranno? 
 

Sono personalità complesse, vive e intraprendenti: Figaro, il Conte di Almaviva, Selim, Belmonte, Osmin, Ferrando e Guglielmo – solo per citarne alcuni. Ho passato anni ad ascoltare i vinili di mio padre, prima di vedere una rappresentazione dal vivo e dare volti a quelle voci. Ci avevo fantasticato sopra a lungo. Me li immaginavo adulti, trentenni affascinanti dalla voce profonda e suadente.
Fui così sorpresa e un po’ delusa quando, facendo due conti, mi resi conto di quanti anni avessero in realtà. Figaro delle famose Nozze – che sta per sposare l’amata Susanna e si batte affinché questo matrimonio possa aver luogo, contro la volontà del Conte che, invece, vorrebbe esercitare il diritto feudale su Susanna, trascorrendo con lei alcune mezzore in antri ascosi del suo podere… –  non doveva avere più di diciassette o diciotto anni, per star larghi. Un ragazzino!
Mi sembrava incredibile, ma il libretto parla chiaro. Quando il Conte gli impone di sposare non Susanna, ma la vecchia Marcellina (non voglio immaginare che cosa intendesse qui il caro Mozart con “vecchia” –  e preferisco non indagare oltre), per saldare un vecchio debito (“Lei t’ha prestato duemila pezzi duri”), Figaro si rifiuta, affermando che non potrà piegarsi a un tale matrimonio senza avere prima l’assenso dei suoi nobili parenti che, ahimè, non è ancora riuscito a ritrovare. Spiega infatti che in tenera età fu rapito e sottratto alla sua nobile famiglia. Da allora sono trascorsi dieci anni. Dieci anni? Mettiamo caso che sia stato rapito all’età di sette anni (ma avrebbe potuto averne anche sei o nove), aggiungiamo i dieci della ricerca ed ecco che Figaro, dall’attraente trentenne del mio immaginario, diventa un ragazzetto di poco più di diciassette anni. 

   
In Così fan tutte non c’è bisogno di grandi calcoli o congetture per scoprire l’età delle due protagoniste dell’opera, Fiordiligi e Dorabella – anch’esse in procinto di sposarsi, il cui amore per i rispettivi fidanzati è messo alla prova da Don Alfonso che, con l’aiuto della cameriera Despina, cerca di indurre (e ci riesce!) le due donne a tradire i promessi sposi con (nientemeno che) i fidanzati stessi travestiti da avvenenti stranieri – tutto questo per dimostrare che le donne sono tutte uguali: infedeli, traditrici. Despina, per convincere le due protagoniste a cadere tra le braccia degli insistenti spasimanti canta che:  

 
 Una donna a quindici anni
dee saper ogni gran moda, / dove il diavolo ha la coda, / cosa è bene e mal cos'è.
Dee saper le maliziette / che innamorano gli amanti, / finger riso, finger pianti,/ inventar i bei perché.
Dee in un momento / dar retta a cento, / colle pupille / parlar con mille, /
dar speme a tutti, / sien belli, o brutti, / saper nascondersi / senza confondersi,
senza arrossire / saper mentire / e, qual regina / dall'alto soglio, / col posso e voglio
farsi ubbidir.    

Dorabella e Fiordiligi sono due quindicenni. E quante cose devono essere in grado di fare a quindici anni! Sapere cos’è bene e cos’è male, fare innamorare fingendo riso o pianto gli uomini ingenuotti – sia che siano belli, sia che siano brutti. La cosa più importante, però, è sapere mentire e sfruttare la menzogna per comandare. È vero che si tratta di opere composte alla fine del 1700 e che allora a quindici anni si era già donne fatte, ma prendere la consapevolezza della loro età rivoluziona il mio modo di immaginarle. Immagini corroborate anche dalle messe in scena più diffuse: sia quelle tradizionali, che quelle più moderne – che le fanno apparire come trentenni disilluse, un po’ annoiate e consumate dall’alcol.

Più simpatica trovo invece quella di Sergio Morabito in cui Dorabella è una quindicenne impacciata  e insicura che si fa incantare dalle parole della scaltra cameriera e comincia timidamente a sognare corteggiamenti romantici e amanti passionali. 


 Del resto, come rimproverare di infedeltà verso fidanzati assenti due quindicenni in piena tempesta ormonale?

domenica 14 maggio 2017

La partita a poker


Chi mi conosce lo sa: l’opera è una delle mie più grandi passioni. Quest’inverno, a Vienna con una mia amica, ho giocato carte false per ottenere, da uno dei tipi loschi vestiti di rosso (altrimenti noti come bagherini), dei biglietti economici per assistere alla rappresentazione del Barbiere di Siviglia di Rossini al Teatro dell’Opera. Iniziamo a contrattare in mezzo alla strada, quando lui ci propone, per un prezzo esorbitante, dei biglietti per uno spettacolo turistico (valzer di Strauß, arie di Puccini e l’immancabile Libiamo i lieti calici! di Verdi) in una sala dove, sosteneva l’elegante signore, una volta aveva suonato (o potrebbe aver suonato) Mozart (ma davvero? Che sorpresa, siamo a Vienna…). Quando lui capisce che sono irremovibile si guarda intorno circospetto e ci dice di seguirlo. La mia amica non parla il tedesco, non ha capito nulla della nostra conversazione e cammina accanto a me un po’ intimorita pensando che forse non era troppo prudente seguire quello strano tizio che abbandonava la strada centrale per entrare in un grande palazzo anonimo. Non vorrei trascinarla in un pasticcio, ma ho un gutes Gefühl, un buon presentimento, che, unito all’eccitazione di trovarmi finalmente a Vienna, mi suggerisce di non demordere. Il tipo losco ci conduce da un tipo ancora più losco che comincia a giocare con me quella che, agli occhi della mia amica, sembrava una partita a poker. Punto al ribasso. Vinco. La carta vincente è, sorprendentemente, la mia provenienza dal più profondo sud dell’Italia. Quando il tizio ne viene a conoscenza mi mostra con aria complice un tatuaggio sospetto, di cui non comprendo il significato. Tuttavia annuisco fingendo di capire. Lui è contento, ci dà i biglietti insieme al suo numero di telefono, che cestino appena girato l’angolo. La mia amica tira un respiro di sollievo e io faccio salti di gioia. Caro barbiere, stiamo arrivando!
Sulla strada istruisco la mia interlocutrice (che, a sua volta, durante il nostro breve soggiorno, mi aveva istruita sulla storia dell’impero asburgico e sulle vicende, pubbliche e private, della famiglia imperiale) sulla trama, canticchio le arie, parlo dei cantanti. Non riesco a contenere l’entusiasmo. Tanto che a un certo punto lei mi chiede: “Ma l’hai ascoltata così tante volte, come fa a non venirti a noia?”. Domanda legittima, ma lì per lì non riesco a darle una risposta convincente. Le parlo delle diverse messe in scena dei registi che amo, delle interpretazioni dei cantanti, dell'emozione del teatro, ma non riesco a centrare il punto con le parole, mi sento parlare e mi trovo noiosa. Che cos’è questa cosa che non riesco ad esprimere? Come spiegarle che ogni momento della mia vita è scandito dalle note cantate di Mozart, Händel, Verdi, Rossini e Wagner?
Finalmente è ora, entriamo nel teatro gremito di gente. C’è tutta la buona società viennese e noi siamo lì, con indosso i nostri vestiti di fortuna, imbacuccate per resistere al gelo austriaco, un po’ turiste e un po’ barbone, ma ci sentiamo delle gran dame. Prendiamo posto, si apre il sipario, lo spettacolo ha inizio. Chiudo gli occhi durante l’overture, lascio che ogni singola nota mi attraversi, la lascio vibrare dentro di me. Apro gli occhi e anche il mio sguardo si riempie di musica. La mia amica mi guarda e capisce quello che poco prima non avevo saputo spiegarle a parole. E in un attimo sono già di là.