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martedì 12 dicembre 2017

1003


Scoprire che la tanto agognata discussione della tesi di dottorato avrà luogo nell’aula 1003 – numero delle donne conquistate da Don Giovanni in Spagna sulla lista di Leporello – non ha prezzo. Non ho potuto fare a meno di sorridere quando ho letto la mail della segretaria e mi sono dovuta trattenere dal canticchiare l’aria in biblioteca. Da quel momento non riesco a liberarmi dall’Ohrwurm (parola tedesca che mi piace un sacco, che letteralmente sarebbe verme nell’orecchio, ma che in italiano è tradotto con  tormentone o motivetto nella testa – espressioni che a mio avviso non rendono così bene l’idea), così continuo a cantare tra me e me (e quando non mi trovo in un luogo pubblico anche a mezza voce): ma in Ispagna son già mille e tre – turutututuru – mille e tre.
Mozart mi ammazzerebbe – e avrebbe pure ragione.


 
Dr. to be: countdown.

domenica 5 novembre 2017

Di nuovo in Germania


Avrei voluto concludere il capitolo della mia “avventura andalusa” raccontandovi di Granada e della magia dell’Alhambra, ma per quanto mi sforzassi di ricostruire le immagini, gli odori e le sensazioni provate in quel luogo, non riuscivo a trasformarle in soldatini neri e ordinati sullo sfondo bianco del mio file word. Non riuscivo a far rivivere il caldo umido dell’Andalusia con i 10 gradi piovigginosi dell’autunno tedesco.
Sono tornata in Germania.
La prima cosa che ho fatto al mio ritorno è stata ammalarmi. La stanchezza di un’estate da vagabonda mi si è riversata addosso non appena oltrepassato il confine. Ho trascorso così la prima settimana vegetando sul divano con febbre e mal di gola. Da nomade tornare sedentaria – difficile il passaggio.
A partire dalla seconda settimana ho esercitato tutti i lavori possibili meno che il mio. Ho fatto la traslocatrice, l’artigiana, la tappezziera (e con quale talento!), la montatrice di mobili e la parrucchiera. Un dottorato in filosofia e due braccia sottratte alla manovalanza – ha commentato la mia migliore amica. In tutto questo ho dovuto occuparmi anche di consegne, scadenze, Anmeldungen, scartoffie e tutte quelle cose da grandes personnes che fanno male alla fantasia.
Poi finalmente ho ritrovato la concentrazione di tornare al mio lavoro, al mio libro. Una volta alla settimana, invece, per guadagnare qualcosina in più e perché mi diverte, ho ripreso a insegnare italiano presso un conosciuto istituto nella città in cui vivo.
Cerco un equilibro nuovo, mi adatto a una situazione nuova a una fase di passaggio.
La temperatura si è abbassata ancora e anche il blu del cielo preannuncia l’arrivo di un inverno al quale non mi sento preparata. Ce la farò?

mercoledì 5 luglio 2017

Dire "ho tempo" e averlo davvero


Ancora non mi sono abituata a dire “ho tempo”, né tanto meno riesco a capacitarmi di averlo davvero. È una sensazione che non provavo forse dai tempi della scuola, quando arrivava giugno, l’edificio verdognolo, sede della mia scuola, chiudeva finalmente i battenti e io e la mia famiglia partivamo per il mare dove restavamo per un mese. Forse più a lungo? Non so dirlo: lì il tempo si dilatava, le giornate scorrevano lente tra passeggiate sulla spiaggia e lunghi bagni al mare, facendo il morto a galla quando il vento non c’era e l’acqua era uno specchio limpido o tuffandosi tra le onde quando c’era aria di tempesta, ignorando le urla di mia madre che mi intimava di non allontanarmi troppo.
Avere tempo. Allora non avevo né un’agenda, né un orologio – non posso più immaginare quale fosse la mia concezione del tempo laggiù. 



 Da quando ho iniziato l’università, invece, il mio tempo è stato scandito da lezioni, tesine e sessioni di esami e l’estate ha smesso di avere la forma dell’orizzonte e l’odore del mare. Triennale, specialistica, corsi estivi di tedesco, domande per borse di studio, ancora una laurea e poi il dottorato. Un tempo che non ho contato in giorni e mesi, ma in scadenze. Negli anni del dottorato, poi, non è cambiato soltanto il mio modo di percepire il tempo, ma anche lo spazio. I confini intorno al mio corpo si sono ristretti, mentre cercavo di allargare quelli della mia mente. Così il mio mondo consisteva quasi esclusivamente nel circuito stretto che mi portava da casa al mio ufficio o in biblioteca. L’università era la mia città e i suoi corridoi le mie strade. Mi sapevo orientare, mi sentivo padrona di quegli spazi. La rigida disciplina che mi ero imposta mi permetteva solo di rado di “sgarrare” e uscire da quel circuito per un pomeriggio o per qualche giorno di vacanza. Tuttavia anche in quelle rare occasioni non ho avuto l’impressione di “avere tempo” davvero, di averne legale possesso. Mi sembrava piuttosto di averlo rubato, che non fosse mio e che avrei dovuto renderne ragione.
Poi, finalmente, ho consegnato la tesi.
Devo ammettere che questo momento me lo ero immaginata diverso. Non so, più trionfale, forse, più enfatico. Invece tutto si è ridotto nel posare sul pavimento della segreteria quattro esemplari del mio lavoro, stampato e rilegato. Pensavo che dopo aver consegnato mi sarei sentita più leggera, più felice. Invece mi sono sentita solo un po’ persa e vuota, come un calzino rigirato. Uscendo dalla segreteria mi sono guardata intorno e ho capito di avere tempo e di avere riacquistato anche lo spazio, ma che non sapevo dargli un senso.
Bandita dalla mia città universitaria, confiscatemi le chiavi dell’ufficio che per me era casa, ho aperto gli occhi su una città che, seppur piccola, mi è apparsa improvvisamente immensa. Così, dopo la consegna, sono caduta in uno stato di profonda letargia. Mi sentivo debole e pensavo che da un momento all’altro mi sarei ammalata davvero. Ho trascorso una settimana tra divano del salotto e il balcone, sonnecchiando, osservando i tetti delle case, ascoltato le voci della vita fuori che non aveva affatto il ritmo del mio languido dormiveglia. Poi, piano piano, ho iniziato a sentirmi meno stanca, mi sono risvegliata da quello strano letargo e ho cercato di riadattare il mio corpo e la mia mente a questo spazio più grande e questo tempo nuovamente dilatato. Posso dire “ho tempo” e questo tempo mi appartiene, posso viverlo senza scadenze.
Potrei imparare una nuova lingua o mandare a memoria altri versi dell’Orlando furioso (dove ero arrivata?), potrei fare un viaggio prenotando il biglietto di andata e non quello del ritorno, potrei semplicemente leggere Der Radetzkymarsch sul balcone con le gambe al sole (da quanto tempo, poi, non mi abbronzavo?), potrei andare al mare e fare il morto a galla guardando il cielo, andare in bici verso un luogo, poi cambiare idea e proseguire per un’altra strada. Potrei decidere di fare qualcosa sul momento, improvvisando. Non mi ricordo nemmeno quando è stata l’ultima volta che l’ho fatto – e l’ho fatto? Avere tempo, che strana novità.



venerdì 23 giugno 2017

È solo un ufficio (?)


Che cosa pensate quando sentite la parola “ufficio?”. La maggior parte di voi dirà che un ufficio è un luogo di lavoro: quattro pareti, una scrivania (con su magari la foto del compagno, del consorte o della prole incorniciata) e una brutta sedia con le ruote. Forse alcuni di voi rabbrividiranno. Un mio ex fidanzato nutriva un odio viscerale nei confronti degli uffici – sia quelli aziendali che quelli universitari. Quando una volta gli dissi che mi sarebbe forse piaciuto lavorare in una casa editrice mi rispose con sprezzo: “Non vorrai stare nove ore al giorno chiusa in un ufficio? Diventerai stupida!”. Così nel mio immaginario gli uffici erano dei posti grigi in cui le persone venivano derubate della loro fantasia, della loro leggerezza e trasformate in ombre grigie, in automi.
Quando, due anni fa, mi trasferii in Svizzera il mio prof. mi comunicò che avrei avuto un ufficio, da dividere con un’altra dottoranda, un post-doc e un professore. Mi vennero in mente le parole di quel mio ex ed ebbi un po’ paura. Secondo lui il lavoro che nasce sulla scrivania di un ufficio non è come quello che nasce tra le mura di casa o su un prato e io non volevo “mettere al mondo” una tesi di dottorato grigia e scialba.
La prima volta mi presentai in ufficio diffidente. C’era solo il post-doc alla sua scrivania, la tapparella era chiusa a metà, la luce accesa e c’era un leggero odore di polvere. La prima cosa che chiesi fu: “Ma devo per forza lavorare qui o posso andare anche in biblioteca?”. La risposta: “Puoi lavorare dove vuoi”. Incoraggiata da quelle parole (avevo quindi una via di fuga in caso di emergenza) presi posto in quella che da quel momento in poi sarebbe diventata la mia scrivania.
Mi dovetti ricredere sugli uffici e presto in quell’ufficio mi sentii più “a casa” che nella stanza presa in affitto, in cui avevo la mia roba e nel cui letto trascorrevo le mie notti. Le persone lì dentro diventarono la mia famiglia: imparai a conoscere bene i loro ritmi e le loro abitudini. Ascoltavamo l’opera durante le pause, facevamo lunghe chiacchierate sui nostri lavori e sulle nostre vite. La brutta sedia con le ruote si rivelò molto, molto comoda e su quella scrivania scrissi pagine tutt’altro che grigie della mia tesi. Pian piano iniziammo ad arredare quell’ufficio come se fosse davvero casa nostra: una spedizione punitiva all’IKEA et voilà, ecco che un divanetto era pronto ad accogliere le nostre schiene stanche per una (breve!) pennichella dopo pranzo o per leggere un libro in orizzontale. Ordinammo (e ottenemmo) un bel tavolo rotondo che posizionammo al centro della stanza e che si trasformò nella “tavola rotonda” della nostra lettura e traduzione settimanale dei Memorabili di Senofonte. Nel periodo dell’avvento prendemmo l’abitudine di fare insieme una corona, porla al centro di quel tavolo e, ogni settimana, accendere una delle quattro candele. Era così bello guardare la fiamma scoppiettante – e ogni tanto spegnevo la luce per immergermi meglio nella magia del fuoco. Infine (ma per fortuna non alla fine!) comprammo anche una caffettiera elettrica! Se tra di voi c’è qualche italiano capirà l’importanza dell’evento. Che bello non dovere più ingurgitare la brodaglia marrone al vago gusto di caffè della mensa o delle macchinette, ma bere un caffè denso e profumato sul divanetto dell’ufficio.


È stata dura, due anni dopo, separarmi da quel luogo.
Mi ha lasciata indifferente consegnare le chiavi della camera del convento (della vita in convento vi racconterò un’altra volta) che è stato il mio alloggio nell’ultimo anno; non mi ha immalinconita lasciare la finestra (che pure mi piaceva) che si affacciava sul chiostro, sulla chiesetta e sul pioppo alto e sottile – che si dipingevano di nero alla sera, rischiarati, nelle rare notti senza nubi, da una luna tutta tonda. Invece non sono riuscita a trattenere le lacrime mentre raccoglievo le ultime cose dalla mia scrivania. “È solo un ufficio” mi diceva lui, per consolarmi “è solo un posto dove si lavora”. Evidentemente non aveva capito nulla. Una parte di me sarà sempre legata a questo posto, nel quale sono cresciuta, ho imparato, ho creato, ho riso, ho vissuto – che è stato, per me, una casa. Prima di andare via ho lasciato due cose: una lettera sul tavolo rotondo e una lacrima sulla scrivania – chissà se qualcuno la raccoglierà. 

venerdì 9 giugno 2017

Rotolando verso nord: la conferenza


Meine Damen und Herren, bitte steigen Sie ein. Vorsicht an den Türen. Ihr Zug fährt jetzt ab.
 
Il mio treno sfreccia in direzione nord. Ad attendermi c’è la capitale, Berlino. Nonostante ci sia già stata, è la prima volta che ci vado da sola e sono un po’ emozionata. Lascio correre lo sguardo dal finestrino: il paesaggio si fa sempre più piatto, l’orizzonte si apre davanti ai miei occhi. È un grande cambiamento per il mio sguardo che, fino a ieri, era stato limitato dalle maestose e imponenti Alpi svizzere, la cui costante presenza mi faceva sentire ora al sicuro e ora prigioniera.
Adesso il mio treno corre in una sconfinata distesa verde puntellata, di tanto in tanto, da piccoli agglomerati di case. Cerco di evitare la mia immagine riflessa sul finestrino, la mia faccia stanca delle cinque del mattino non mi piace. Spero che nessuno si sieda accanto a me perché oggi non ho voglia di fare conversazione. Solitamente mi piace conoscere le persone in treno: è come affacciarmi per qualche ora in un mondo completamente nuovo, esplorarlo e tastarne i contorni. Spesso ho conosciuto persone interessanti durante i miei viaggi: un frate francescano, un vecchio falegname di un paesino sperduto nella foresta nera, un professore di viola dell’università di Berna, una ragazza turca partita da sola in cerca della sua strada, un arabo che mi raccontava del suo modo di vivere e praticare la religione in Germania. Ma oggi sono troppo indaffarata con i miei pensieri per essere aperta a quelli degli altri. A Berlino mi aspetta una conferenza in una delle università più rinomate della Germania. Ho mandato la candidatura senza pensarci troppo. L’ho scritta in un pomeriggio, contagiata dall’entusiasmo di una mia amica. L’email in cui mi comunicavano che il mio paper era stato selezionato e che avrei quindi partecipato a questa conferenza è stata una doccia d’acqua fredda. Prima l’euforia, poi la paura. Perché hanno scelto me? Sarò all’altezza? Sarò in grado di fronteggiare le domande durante la discussione? Non è la prima conferenza a cui partecipo, ma il nome di questa università mi incute un po’ di soggezione. Così sto qui seduta, circondata da libri e dai miei appunti, frenando lo sguardo che, indisciplinato, approfitta di ogni attimo di distrazione per fuggire di nuovo verso l’orizzonte e perdersi nel verde. Berlino, sto arrivando!