Es
gibt nur einen Ort in der Welt, an dem ich mich nicht mehr als
Ausländerin fühle. Und dieser Ort heißt „Ikea“. Ein Schild vor dem
Eingang sagt „Mit Ikea bist du in deinem Zuhause“. Und es stimmt. An
jedem Fleck der Erdkugel gibt es ein „Ikea“ und überall ist es gleich.
Italien, Spanien, Frankreich, China. Zwei Freundinnen von mir aus Japan
haben das bestätigt: in Japan ist es gleich. Auch das Essen: nichts
macht mir den Eindruck, in Deutschland zu sein, wenn ich bei Ikea bin.
Immer dieselben Klopse mit Pommes frites, Lachs mit einem seltsamen
grünen Brei. Alles mit Sauce, logisch.
Die
Bedienungsanleitung um die Möbel zu montieren hat keine Sprache, nur
Zeichnungen. Sie ist universell. Ich könnte sie mit einem Jamaikaner
montieren: wir hätten sicher kein Problem mit der Sprache. Und ich
könnte zu Yukiko (eine Freundin von mir) nach Hause (in Japan) fliegen
und das wäre nicht anders als meine Wohnung in Italien. Schön? Ich
glaube nicht. Ich möchte, dass meine Wohnung besonders ist wie ich.
Aber, bin ich wirklich besonders oder bin ich wie ein Möbelstück von Ikea?
Da quasi sette
anni non vivo più in Italia. L’entusiasmo iniziale mi aveva fatto credere – che
imbroglio! – che non avrei sentito nostalgia di “casa mia”, che le ragioni che
mi avevano fatta partire non potevano essere messe in discussione, che il Paese
che mi aveva accolta incarnasse una sorta di terra promessa in cui sarebbe
stato possibile realizzare i miei sogni. C’era la novità, c’era l’amore. Alle
mie spalle lasciavo un posto grigio – che pure è chiamato “terra di maggio” –
promesse non mantenute, lavori non retribuiti, un mondo universitario poco
trasparente con gerarchie tutte sue. Davanti a me immaginavo, sognavo – quindi
vedevo – un futuro in cui tutto era possibile. Poi c’era il divertimento di
imparare una lingua nuova, esperienza che mi faceva tornare un po’ bambina.
Imparare parole, imparare a pronunciarle, attribuire loro significati, ritrovare
l’origine dei significati nella cultura, comporre frasi sempre più complesse
giocando con le costruzioni grammaticali. Sapevo di essere straniera, ma
collegavo questa mia condizione, questa forma di vita, al piacere della
scoperta. Ovvio che ero diversa dagli indigeni che abitavano la città in cui io
mi ero insidiata, ma io non avevo nessuna pretesa di essere come loro.
Gli anni però
sono passati, tutto – in me e intorno a me – si è modificato con rotture,
svolte, rivoluzioni, rimarginamenti più o meno radicali, più o meno improvvisi,
più o meno dolorosi. Quella lingua ostica all’inizio che avevo principiato a
imparare quasi per gioco, ma con una determinazione che ha sorpreso anche me, ha
piano piano trovato un posto definitivo nel mio cervello. Le regole, le parole,
le formule mi sono diventate familiari, i significati nuovi hanno messo in
discussione quelli vecchi, come piccole scosse di un terremoto. Ho distrutto,
ricostruito, rotto, risanato, fatto nuovo – buttato via niente. Ho studiato
ancora qui, finito un dottorato. Ho qui la mia vita – ma è casa mia?
Essere riuscita a
integrarmi, invece di farmi sentire finalmente a casa, ha sortito l’effetto
contrario. Il mio essere straniera non mi sembra più un gioco edificante. Il
luogo in cui vivo ha perso l’alone d’incanto. È un posto che, certo, manterrà
le promesse che mi ha fatto, è un posto più leale di quello che ho lasciato –
ma mi farà felice? Guardo, osservo le persone intorno a me e mi dico che non
sarò come loro, mai. E lo sapevo fin dall’inizio – solo che allora non
m’importava. Per quanto parlerò bene questa lingua, arriverà il giorno in cui
riuscirò a sentire davvero la
bellezza della lingua bella, provare il piacere estetico della scrittura che
sento quando scrivo in italiano? Resterò sempre una creatura esotica,
interessante più per la mia provenienza che per quello che penso, quello che
sono? A casa parlo in tedesco e, sentendomi parlare, ogni tanto mi sento finta,
costruita. Straniera.
Quale posto posso
allora chiamare casa? Ho voluto fare un viaggio in Sicilia per tornare
all’origine, capire se casa mia è ancora quella. Invece di ritrovare un luogo
in cui riconoscermi, sono inciampata sulla via su tutti i motivi che mi hanno
spinta ad andare. In Sicilia non riuscivo a pensare un pensiero fino in fondo,
non riuscivo a pensare nemmeno un po’. Troppo rumore, dentro e fuori. Il
chiacchierio quasi gridato, ininterrotto, inconcludente si imponeva alle mie
orecchie disarmate e raggiungeva la cassa cranica, in cui diventava un rumore
indistinto, un ronzio che ovattava i pensieri e i sensi. Perché questo bisogno
di parlare senza dire nulla? Perché questa paura del silenzio? Ricordo il senso
di libertà che mi ha investita quando ho lasciato questo posto e il ronzio
dentro la testa piano piano si è attenuato fino a scomparire, l’ovatta dentro
la testa si è dissolta lasciando che la percezione si acuisse. Mi sono stupita
quando ho sentito, per la prima volta limpida, la voce del mio pensiero. Sono
tornata, così, e mi sono accorta che anche per questo posto, ormai, sono diventata
straniera. Osservavo le persone e le cose, ascoltavo i problemi dei miei cari,
ma quelle cose, quei problemi ormai non li capivo più. Non li vivevo più da dentro: stranieri a me come io a
loro, come me in Germania. Non c’è via di scampo: straniera dappertutto ormai.
Decido di partire
ancora – ostinata a trovare quel posto che potrò chiamare casa.
Tre cose mi fanno
capire che sono arrivata in Sicilia:
La prima è
l’applauso dei passeggeri per il pilota dell’aereo dopo l’atterraggio. Se
volate verso qualsiasi meta europea che non si collochi nel più profondo
meridione italiano, quando l’aereo atterra non noterete nessun cambiamento
significativo nelle espressioni dei volti che vi circondano. Forse
sorrideranno, chi viaggia in coppia scambierà qualche parola con il compagno o
la compagna, quando il segnale luminoso si sarà spento slacceranno le cinture
di sicurezza e compostamente, dopo aver prelavato il bagaglio, si dirigeranno
verso l’uscita. Se, invece, la meta del vostro viaggio è la Sicilia, ve ne
accorgerete subito. Già quando la voce dell’hostess annuncia che tra pochi
minuti avranno inizio le manovre di atterraggio la tensione sull’aereo sale.
Facce eccitate guardano fuori dal finestrino per vedere la Sicilia diventare
sempre più vicina, fino a poter distinguere (e forse riconoscere) le strade, le
case. Quando finalmente l’aereo tocca il suolo scroscia un fragoroso applauso.
I bambini giubilano, le vecchiette tirano un sospiro di sollievo, tutti ridono
e iniziano a parlare forte. Prima ancora che il segnale luminoso si sia spento
slacciano le cinture, si alzano, cercando di recuperare il bagaglio tra il
marasma generale, accendono i telefoni e iniziano a gridare dentro gli
apparecchi a genitori, ziii, cugini, amici: “Arrivavu ora!”, “Unni si?”,
“Unni ni vidiemmu?”. Una volta,
seduta accanto a me c’era una coppia dall’accento del nord, credo lombardo, e,
parlottando tra di loro, avevano commentato questo spettacolo dicendo: “Sembra
che questi [scil. terroni] non
abbiano mai visto un aereo atterrare. Che bisogno c’è di applaudire? Il pilota
fa solo il suo lavoro!”. Da personcina razionale e un po’ snob quale sono, o
credo di essere, non applaudo nemmeno io l’impresa ben riuscita del pilota e,
in linea di principio, sono anche d’accordo con la coppia lombarda: a sentire
l’entusiasmo generale sembra che i passeggeri si sorprendano che il pilota sia
riuscito a portare a termine con successo le manovre di atterraggio. Tuttavia,
anche se non mi unisco attivamente a queste acclamazioni, una parte di me le
aspetta e sarebbe delusa se non fosse così. La Sicilia non è solo una regione,
ma un modo d’essere, e l’applauso dopo l’atterraggio mi comunica
definitivamente che sono arrivata “a casa”.
La seconda cosa
che mi fa capire di essere arrivata in Sicilia è guardare il mondo dall’alto in
giù: dopo l’atterraggio, infatti, se mi guardo intorno, all’altezza del mio
sguardo, vedo facce e non toraci, busti e (nel peggiore dei casi) pance. Mentre
in Germania, con il mio metro e sessanta, faccio parte della minoranza bassa
della popolazione e devo far fronte anche alle difficoltà che comporta il
vivere in un posto in cui tutto (architettura, arredamenti, abbigliamento…) è
fatto su misura per persone decisamente più alte di me (a casa mia, per
esempio, lo specchio del bagno è troppo in alto e devo ricorrere a sgabellini e
altri stratagemmi per truccarmi o semplicemente guardarmi in faccia), qui in
Sicilia la mia è un’altezza media e non di rado mi capita di parlare con donne
– ma anche uomini – più bassi di me. Sentirmi alta – è questa la prima
impressione che ho ogni volta che faccio ritorno nella mia terra.
La terza cosa non è un’osservazione, ma una
sensazione che non so bene spiegare. Lo ammetto, quando l’hostess annuncia che
l’aereo sta per atterrare anche io sono tra quelli che incollano il naso al
finestrino per guardare l’isola diventare sempre più vicina. Guardo l’ombra
dell’aereo che saetta sui campi gialli, bruciati dal sole rovente dell’estate e
il mio cuore ha un sussulto. Una forza di attrazione irresistibile mi tira
verso il posto che pure ho lasciato e in cui non vivrei. Mi tira come una corda
che diventa tanto più tesa quanto più cerco di ribellarmi. Mi tira verso il
posto che ho odiato, che mi stava stretto, che mi soffocava. Mi tira nel posto
da cui sono scappata. Mi tira nel luogo delle mille giustificazioni e delle
poche scuse. È il richiamo della terra, la voce minacciosa e rassicurante del
mare che dall’aereo non posso sentire, ma che mi parla direttamente al cuore se
solo guardo dall’alto il movimento delle onde. Si riscalda qualcosa dentro di
me, brucia ancora quella fiamma, non si è spenta. Per quanto io possa andare
lontano, per quanto io possa scappare, questa è la mia terra, questa terra sono
io: è parte di me come io di lei. E questo non cambierà mai.
Se chiudete gli
occhi e ascoltate questo duetto, che cosa immaginate? Una voce da basso-baritono
sta cantando mentre prende le misure della camera dove istallerà il talamo
nuziale destinato a lui e alla sua sposa. Interviene acuto un soprano che lo
invita ad ammirare il cappello confezionato in vista delle nozze e il baritono
si profonde in complimenti, mentre continua a misurare. Come vi figurate questi
personaggi? Quanti anni avranno?
Sono personalità complesse,
vive e intraprendenti: Figaro, il Conte di Almaviva, Selim, Belmonte, Osmin,
Ferrando e Guglielmo – solo per citarne alcuni. Ho passato anni ad ascoltare i
vinili di mio padre, prima di vedere una rappresentazione dal vivo e dare volti
a quelle voci. Ci avevo fantasticato sopra a lungo. Me li immaginavo adulti,
trentenni affascinanti dalla voce profonda e suadente.
Fui così sorpresa
e un po’ delusa quando, facendo due conti, mi resi conto di quanti anni
avessero in realtà. Figaro delle famose Nozze
– che sta per sposare l’amata Susanna e si batte affinché questo matrimonio
possa aver luogo, contro la volontà del Conte che, invece, vorrebbe esercitare
il diritto feudale su Susanna, trascorrendo con lei alcune mezzore in antri
ascosi del suo podere… –non doveva
avere più di diciassette o diciotto anni, per star larghi. Un ragazzino!
Mi sembrava
incredibile, ma il libretto parla chiaro. Quando il Conte gli impone di sposare
non Susanna, ma la vecchia Marcellina (non voglio immaginare che cosa
intendesse qui il caro Mozart con “vecchia” – e preferisco non indagare oltre), per saldare
un vecchio debito (“Lei t’ha prestato
duemila pezzi duri”), Figaro si rifiuta, affermando che non potrà piegarsi
a un tale matrimonio senza avere prima l’assenso dei suoi nobili parenti che, ahimè, non è ancora riuscito a
ritrovare. Spiega infatti che in tenera età fu rapito e sottratto alla sua
nobile famiglia. Da allora sono trascorsi dieci anni. Dieci anni? Mettiamo caso
che sia stato rapito all’età di sette anni (ma avrebbe potuto averne anche sei
o nove), aggiungiamo i dieci della ricerca ed ecco che Figaro, dall’attraente
trentenne del mio immaginario, diventa un ragazzetto di poco più di diciassette
anni.
In Così fan tutte non c’è bisogno di grandi
calcoli o congetture per scoprire l’età delle due protagoniste dell’opera,
Fiordiligi e Dorabella – anch’esse in procinto di sposarsi, il cui amore per i
rispettivi fidanzati è messo alla prova da Don Alfonso che, con l’aiuto della
cameriera Despina, cerca di indurre (e ci riesce!) le due donne a tradire i
promessi sposi con (nientemeno che) i fidanzati stessi travestiti da avvenenti
stranieri – tutto questo per dimostrare che le donne sono tutte uguali:
infedeli, traditrici. Despina, per convincere le due protagoniste a cadere tra
le braccia degli insistenti spasimanti canta che:
Una donna a
quindici anni
dee saper ogni
gran moda, / dove il diavolo ha la coda, / cosa è bene e mal cos'è.
Dee saper le
maliziette / che innamorano gli amanti, / finger riso, finger pianti,/ inventar
i bei perché.
Dee in un momento
/ dar retta a cento, / colle pupille / parlar con mille, /
dar speme a tutti,
/ sien belli, o brutti, / saper nascondersi / senza confondersi,
senza arrossire /
saper mentire / e, qual regina / dall'alto soglio, / col posso e voglio
farsi ubbidir.
Dorabella e
Fiordiligi sono due quindicenni. E quante cose devono essere in grado di fare a
quindici anni! Sapere cos’è bene e cos’è male, fare innamorare fingendo riso o
pianto gli uomini ingenuotti – sia che siano belli, sia che siano brutti. La
cosa più importante, però, è sapere mentire e sfruttare la menzogna per comandare.
È vero che si tratta di opere composte alla fine del 1700 e che allora a
quindici anni si era già donne fatte, ma prendere la consapevolezza della loro
età rivoluziona il mio modo di immaginarle. Immagini corroborate anche dalle messe
in scena più diffuse: sia quelle tradizionali, che quelle più moderne – che le
fanno apparire come trentenni disilluse, un po’ annoiate e consumate
dall’alcol.
Più simpatica trovo
invece quella di Sergio Morabito in cui Dorabella è una quindicenne
impacciatae insicura che si fa
incantare dalle parole della scaltra cameriera e comincia timidamente a sognare
corteggiamenti romantici e amanti passionali.
Del resto, come
rimproverare di infedeltà verso fidanzati assenti due quindicenni in piena
tempesta ormonale?
Ci sono almeno
due modi per diventare nobile (anche se probabilmente ce ne saranno anche un
terzo e un quarto a me ignoti): per nascita o per matrimonio. Un ex compagno di
scuola di lui ha optato per il secondo e da comune mortale è diventato barone.
Incuriosita fin
dall’arrivo dell’invito, ho potuto finalmente prendere parte all’aristocratico
evento. Onestamente me lo immaginavo diverso. Adesso posso rassicurare le mie
amiche e conoscenti siciliane che sono convolate a nozze con matrimonio
principesco (“normale” per le usanze e le tradizioni della mia terra), che
hanno sicuramente raggiunto lo scopo: il loro ricevimenti di nozze non avevano
assolutamente nulla da invidiare ai matrimoni dei nobili veri.
Nel biglietto
d’invito, o per meglio dire nei biglietti, era indicato un dresscode: era richiesto (in particolar modo agli uomini) un outfit diverso per ogni occasione, in
ordine crescente di eleganza – dalla festa di benvenuto (sommerlich-festlich) alla cena di nozze, per la quale ogni invitato poteva
scegliere “liberamente” se indossare uno smoking o un cutaway (della cui esistenza, fino a quel momento, ero allo scuro).
Per le donne era più complicato perché non era consigliato esplicitamente un
determinato tipo di abito: naturalmente era sottinteso e le aristocratiche dame
avrebbero saputo di certo che cosa indossare per rispettare l’etichetta. Durante
la cerimonia in chiesa (alla quale ho preso parte in piccionaia, avendo così la
possibilità di osservare la nobiltà dall’alto) ho fatto la mia prima scoperta:
se volete essere nobildonne, o almeno essere scambiate per tali, in queste
occasioni dovete indossare un cappello. Ovviamente non un cappello qualunque,
ma uno esagerato: grande, appariscente, magari rosa o in tinte sgargianti, con
su un fiocco o un qualche ornamento piumato, in stile Queen Elizabeth. In mancanza di cappello potrete ricorrere a un
cerchietto con un enorme fiore o un’intera composizione floreale. Anche la
veletta fa molto aristocrazia. Ach,
se l’avessi saputo prima avrei potuto mimetizzarmi tra i ranghi alti della
società sfoggiando un sobrio cappellino, invece con i miei capelli sciolti e
privi di ornamenti rivelavo fin troppo manifestamente la mia appartenenza alla
plebe.
Mentre le aristocratiche,
dunque, si potevano riconoscere dal copricapo, gli uomini nobili si
distinguevano dai non-nobili dal vestito. I non titolati, pur avendo tirato
fuori dall’armadio il loro vestito migliore (o avendone addirittura comprato
uno per l’occasione) non raggiungevano l’eleganza di conti e baroni che passeggiavano
nel giardino del palazzetto abbigliati come dei direttori d’orchestra – o dei
simpatici pinguini.
Visto che le
differenze tra l’aristocrazia e la plebe erano così evidenti già dal vestiario,
sul momento ho supposto che non ci sarebbe stata comunicazione tra i due mondi:
pensavo che pinguini e cappellini avrebbero parlato con pinguini e cappellini
della stessa specie, mentre il resto della fauna matrimoniale si sarebbe dovuta
intrattenere da sé. Durante il rinfresco ho, invece, scoperto con mia grande
sorpresa che la linea di demarcazione che ci separava non era così netta e che se
avessi voluto avrei potuto diventare nobile anch’io. Ohibò! Sarebbe bastato
sposare uno di quei (per lo più) vecchi simil-direttori di orchestra che sono
venuti a fare conversazione con me, lusingandomi con complimenti per i miei
capelli e per il mio tedesco, incantati dalle mie origini esotiche. Conversazioni
più o meno imbarazzanti durante le quali ho però scoperto una cosa: ai nobili
piacciono i titoli. In effetti avrei potuto arrivarci anche da sola. Per l’aristocrazia
è importante assegnarti un titolo: se non ne hai uno nobiliare, va bene anche
un titolo di studio. Infatti anche nei segnaposto personali sulla tavola della
cena non c’era scritto solo il tuo nome e cognome: se avevi fatto il dottorato
sul tuo cartellino c’era scritto Dr.
Seppurpovero Almenocolto. Questa cosa mi divertiva, mi sembrava di essere a una
conferenza. Peccato non avere ancora discusso la tesi, altrimenti avrei goduto
anch’io di un tale privilegio!
In fin dei conti
questa nuova nobiltà non mi è poi sembrata così diversa da quella descritta da
Goldoni ne La Locandiera. Il Marchese
di Forlipopoli, aristocratico decaduto e ormai impoverito, cerca di conquistare
Mirandolina, proprietaria della locanda, esibendole la sua protezione – alla
quale attribuisce inestimabile valore. Il Conte d’Albafiorita, ex borghese
arricchito, che ha comprato il suo
titolo nobiliare, cerca di aggiudicarsi l’amore della locandiera a suon di
danari offrendole preziosi gioielli e laute mance. Personaggi creati e messi in
scena per suscitare il riso, caricature della società.
Tanto alla fine,
in barba alla nobiltà, Mirandolina decide di sposare il cameriere Fabrizio –
scelta discutibile, ma almeno onesta.
In questo non
peccherò di originalità, ma il mio sogno da bambina era quello di essere una
principessa. Non per i bei vestiti o per il castello, né tantomeno per essere
sposata da un principe: i principi delle fiabe mi sembravano figure piatte e
insignificanti, palloni gonfiati pieni di sé che combattevano draghi e
affrontavano maghi cattivi per salvare principesse di cui si dichiaravano
innamorati persi, dopo averci parlato sì e no una volta o averne visto soltanto
il ritratto. Deludenti. Come Tamino nel Flauto
magico di Mozart, che si cimenta in pericolose imprese per salvare l’amata
(?) Pamina, vista solo in quadro. Come quando oggi qualcuno si dice innamorato
di una ragazza dopo averne visto solo la foto su Facebook. Quando sento una storia
del genere non posso fare a meno di pensare a quest’aria di Tamino.
Dies Bildnis ist bezaubernd schön, ok. E come la mettiamo se poi puzza o
non sa fare 2+2? Ma sì, chi se ne importa! Affrontiamo pure l’astuto serpente (die listige Schlange) senza avere né i
mezzi né le capacità di farlo, in nome di una femminea bellezza (che poi, sia i
dipinti che le foto su sui social
possono anche essere mendaci e non corrispondere esattamente al soggetto
ritratto), tanto alla fine il lavoro sporco lo faranno le tre dame (Triumph! Triumph!).
Il principe
azzurro quindi non mi interessava, così come non mi fidavo dei tenori. Sognavo
di essere una principessa per sfuggire alla monotonia e alla noia della vita di
paese. Mi divertivo così a riscrivere le mie giornate su diari, reinventando
gli eventi di poca importanza che si susseguivano nella mia quotidianità
attraverso un gioco che avevo ideato. Il gioco consisteva più o meno in questo:
come una piccola Harry Potter ante
litteram (perché allora il maghetto occhialuto non era ancora stato
inventato, o comunque non aveva ancora fatto la sua comparsa nelle edicole/librerie
dell’entroterra siciliano) avevo ricevuto una lettera in cui mi venivano
rivelate le mie nobili origini, che dovevano tuttavia restare segrete perché un
parente cattivo mi stava cercando per farmi fuori, in modo da poter ereditare
la corona al posto mio. Dovevo così dimostrare (a misteriosi osservatori) di
essere all’altezza del mio rango e del mio destino, affrontando prove di
coraggio e di resistenza, mostrare di avere un portamento elegante, di essere
intelligente e colta (e lì a mandare giù a memoria poesie – che tutt’oggi non
ho dimenticato – e brani del libro di storia), magnanima, ma anche intransigente
di fronte a ingiustizie e infrazioni. Al contempo dovevo stare attenta a non
essere scoperta da quel parente cattivo cattivo e ideavo tecniche di difesa. Se
dei vecchietti per strada si toglievano il cappello (la coppola) per salutarmi
(ma credo, piuttosto, per salutare mia madre accanto a me), per me erano delle
guardie in incognito che mi avevano riconosciuta a mi davano segno della loro
devozione. Se a scuola il maestro scriveva “ottimo” sul mio compito, per me non
era solo riferito all’esercizio, ma si trattava di un messaggio cifrato per
comunicarmi che tutto stava andando secondo i piani. La bicicletta era il mio
destriero e mettevo alla prova le mie forze inerpicandomi in salite molto
ripide, per essere pronta nel caso in cui il mio parente cattivo o uno dei suoi
uomini fossero venuti a cercarmi.
Sono figlia
unica, nel mio paese non c’era una biblioteca né tantomeno una libreria e
internet non sapevo neppure cosa fosse, così mi arrangiavo a passare il tempo e
a rendere più interessante la mia vita da bambina. Non so quando io abbia
smesso di giocare a questo gioco – forse solo alla fine della scuola
elementare? Con l’inizio della scuola media ho perso ogni interesse per la
nobiltà e ho creato altri mondi per sfuggire alla noia del mio.
Erano passati almeno
tre lustri e mezzo dall’ultima volta che la mia fantasia aveva galoppato tra i
sentieri dell’aristocrazia, quando, un paio di mesi fa, arriva a casa una
lettera: l’invito al matrimonio di un ex compagno di scuola di lui e una
giovane baronessa tedesca. Vecchi ricordi di giochi sognati riemergono da zone
polverose della mia memoria. Come saranno i nobili veri? L’invito è molto
formale: il barone e la baronessa von
Taldeitali annunciano il matrimonio della loro figlia con Johannes Plebe.
Dentro la busta ci sono quattro biglietti: con uno veniamo invitati alla festa
di benvenuto che avrà luogo il giorno prima, con l’altro alla cerimonia in
chiesa, con il terzo al rinfresco dopo la cerimonia e con l’ultimo alla grande
festa la sera delle nozze. C’è infine un biglietto su cui dobbiamo indicare
(mettendo una crocetta sull’apposito quadratino) a quale degli eventi
prenderemo parte e rispedirlo al mittente. Sembra un quiz a risposta multipla,
come la terza prova degli esami di maturità, oppure una scheda elettorale. Tant’è.
Metto la croce su tutte e quattro le caselle (questo non potevo farlo agli
esami di maturità) e imbuco la busta. Adesso sono curiosa: come sarà la nuova
nobiltà?
Ancora non mi
sono abituata a dire “ho tempo”, né tanto meno riesco a capacitarmi di averlo
davvero. È una sensazione che non provavo forse dai tempi della scuola, quando
arrivava giugno, l’edificio verdognolo, sede della mia scuola, chiudeva
finalmente i battenti e io e la mia famiglia partivamo per il mare dove restavamo
per un mese. Forse più a lungo? Non so dirlo: lì il tempo si dilatava, le
giornate scorrevano lente tra passeggiate sulla spiaggia e lunghi bagni al
mare, facendo il morto a galla quando il vento non c’era e l’acqua era uno
specchio limpido o tuffandosi tra le onde quando c’era aria di tempesta,
ignorando le urla di mia madre che mi intimava di non allontanarmi troppo.
Avere tempo. Allora
non avevo né un’agenda, né un orologio – non posso più immaginare quale fosse
la mia concezione del tempo laggiù.
Da quando ho
iniziato l’università, invece, il mio tempo è stato scandito da lezioni, tesine
e sessioni di esami e l’estate ha smesso di avere la forma dell’orizzonte e
l’odore del mare. Triennale, specialistica, corsi estivi di tedesco, domande
per borse di studio, ancora una laurea e poi il dottorato. Un tempo che non ho
contato in giorni e mesi, ma in scadenze. Negli anni del dottorato, poi, non è
cambiato soltanto il mio modo di percepire il tempo, ma anche lo spazio. I
confini intorno al mio corpo si sono ristretti, mentre cercavo di allargare
quelli della mia mente. Così il mio mondo consisteva quasi esclusivamente nel
circuito stretto che mi portava da casa al mio ufficio o in biblioteca.
L’università era la mia città e i suoi corridoi le mie strade. Mi sapevo
orientare, mi sentivo padrona di quegli spazi. La rigida disciplina che mi ero
imposta mi permetteva solo di rado di “sgarrare” e uscire da quel circuito per
un pomeriggio o per qualche giorno di vacanza. Tuttavia anche in quelle rare
occasioni non ho avuto l’impressione di “avere tempo” davvero, di averne legale
possesso. Mi sembrava piuttosto di averlo rubato, che non fosse mio e che avrei
dovuto renderne ragione.
Poi, finalmente, ho
consegnato la tesi.
Devo ammettere
che questo momento me lo ero immaginata diverso. Non so, più trionfale, forse,
più enfatico. Invece tutto si è ridotto nel posare sul pavimento della
segreteria quattro esemplari del mio lavoro, stampato e rilegato. Pensavo che
dopo aver consegnato mi sarei sentita più leggera, più felice. Invece mi sono
sentita solo un po’ persa e vuota, come un calzino rigirato. Uscendo dalla
segreteria mi sono guardata intorno e ho capito di avere tempo e di avere
riacquistato anche lo spazio, ma che non sapevo dargli un senso.
Bandita dalla mia
città universitaria, confiscatemi le chiavi dell’ufficio che per me era casa,
ho aperto gli occhi su una città che, seppur piccola, mi è apparsa
improvvisamente immensa. Così, dopo la consegna, sono caduta in uno stato di
profonda letargia. Mi sentivo debole e pensavo che da un momento all’altro mi
sarei ammalata davvero. Ho trascorso una settimana tra divano del salotto e il balcone,
sonnecchiando, osservando i tetti delle case, ascoltato le voci della vita
fuori che non aveva affatto il ritmo del mio languido dormiveglia. Poi, piano
piano, ho iniziato a sentirmi meno stanca, mi sono risvegliata da quello strano
letargo e ho cercato di riadattare il mio corpo e la mia mente a questo spazio
più grande e questo tempo nuovamente dilatato. Posso dire “ho tempo” e questo
tempo mi appartiene, posso viverlo senza scadenze.
Potrei imparare
una nuova lingua o mandare a memoria altri versi dell’Orlando furioso (dove ero arrivata?), potrei fare un viaggio
prenotando il biglietto di andata e non quello del ritorno, potrei
semplicemente leggere Der Radetzkymarsch sul balcone con le gambe al sole (da
quanto tempo, poi, non mi abbronzavo?), potrei andare al mare e fare il morto a
galla guardando il cielo, andare in bici verso un luogo, poi cambiare idea e
proseguire per un’altra strada. Potrei decidere di fare qualcosa sul momento,
improvvisando. Non mi ricordo nemmeno quando è stata l’ultima volta che l’ho
fatto – e l’ho fatto? Avere tempo, che strana novità.