Avrei voluto
concludere il capitolo della mia “avventura andalusa” raccontandovi di Granada
e della magia dell’Alhambra, ma per quanto mi sforzassi di ricostruire le
immagini, gli odori e le sensazioni provate in quel luogo, non riuscivo a
trasformarle in soldatini neri e ordinati sullo sfondo bianco del mio file
word. Non riuscivo a far rivivere il caldo umido dell’Andalusia con i 10 gradi
piovigginosi dell’autunno tedesco.
Sono tornata in
Germania.
La prima cosa che
ho fatto al mio ritorno è stata ammalarmi. La stanchezza di un’estate da
vagabonda mi si è riversata addosso non appena oltrepassato il confine. Ho
trascorso così la prima settimana vegetando sul divano con febbre e mal di gola.
Da nomade tornare sedentaria – difficile il passaggio.
A partire dalla
seconda settimana ho esercitato tutti i lavori possibili meno che il mio. Ho
fatto la traslocatrice, l’artigiana, la tappezziera (e con quale talento!), la
montatrice di mobili e la parrucchiera. Un dottorato in filosofia e due braccia
sottratte alla manovalanza – ha commentato la mia migliore amica. In tutto
questo ho dovuto occuparmi anche di consegne, scadenze, Anmeldungen, scartoffie e tutte quellecose da grandes personnes che
fanno male alla fantasia.
Poi finalmente ho
ritrovato la concentrazione di tornare al mio lavoro, al mio libro. Una volta
alla settimana, invece, per guadagnare qualcosina in più e perché mi diverte,
ho ripreso a insegnare italiano presso un conosciuto istituto nella città in
cui vivo.
Cerco un
equilibro nuovo, mi adatto a una situazione nuova a una fase di passaggio.
La temperatura si
è abbassata ancora e anche il blu del cielo preannuncia l’arrivo di un inverno al
quale non mi sento preparata. Ce la farò?
A Málaga sono costretta a ridimensionare un po' le mie aspettative. È carina e c'è tanto da vedere: il museo di Picasso, la sua casa natale, la Cattedrale, il Castillo de Gibralfaro e l’Alcazaba
– una fortezza araba costruita sulla base di una
fortezza fenicio-punica – ma ho ancora davanti agli occhi i tesori di Siviglia e di Cordoba, quindi non riesco a stupirmi davanti alle bellezze di questa nuova città. Credo che l'Alcazaba mi avrebbe incantata se non
avessi visitato prima l’Alcázar di Siviglia e la casa di Pilato; quindi se
progettate un viaggio in Andalusia e avete intenzione di visitare anche Málaga
vi consiglio di cominciare da qui e fare il percorso inverso.
Sono già un po’
stanca dai giorni passati, trascorsi rimbalzando da una parte all’altra delle città che ho visitato, con la smania di voler vedere tutto, di non sprecare un
istante. Ho i piedi doloranti e sono sfossata dal caldo umido della città marittima,
così decido di rallentare il ritmo e trascorrere qui qualche pigra giornata da
turista sfaticata.
La mia attuale
“casa” è diversa dalle sistemazioni precedenti: per la prima volta da quando
sono partita non “abito” in centro, ma in periferia – e le periferie delle
città si assomigliano un po’ tutte: strade aperte al traffico, negozietti di
frutta e verdura, supermercati, discount, negozi cinesi, estetiste,
parrucchiere. Mi ricorda il quartiere in cui ho abitato lo scorso inverno ad
Atene. L’appartamento in cui mi sono insediata è molto carino. Sembra una
grande WG (in tedesco: Wohngemeinschaft, ovvero appartamento
condiviso) con quattro camere, nelle quali soggiornano gli ospiti della
struttura, due bagni (uno ogni due camere), un soggiorno, una cucina e due
grandi terrazze. A me tocca una piccola camera con un letto a castello un po’
sfondato da una parte e un climatizzatore a gettoni. Nonostante non sia oggettivamente
bella, questa camera ha un qualcosa che non so spiegare, che mi rassicura, mi
accoglie e mi fa subito sentire a casa.
Condivido il
bagno con una donna francese che non parla altra lingua all’infuori della sua
(e sono molto contenta che il mio soggiorno in un’università francofona in
Svizzera mi abbia resa capace di conversare anche in francese), e la cucina con
una coppia cilena sulla sessantina che parla solo spagnolo. Nel mio spagnolo
zoppicante trascorriamo a chiacchierare sulla terrazza più di una sera, consumando
le nostre cene. Loro sono molto dolci e simpatici. Dopo pochi quarti d’ora
insieme mi trattano quasi come fossi figlia loro: mi chiamano chica o mi corazón, lui mi spiega cosa fare e cosa non fare in città, in
quale lido andare a fare il bagno, che autobus prendere. L’ultima sera si offre
di prenotare per me (in spagnolo) un taxi per l’indomani per andare alla
stazione dei bus, dalla quale sarei dovuta partire per Granada. Poi ci
separiamo con grandi abbracci e molti auguri per il futuro e andiamo a dormire.
Anche la donna
che gestisce l’appartamento, Graciela, è molto simpatica e anche lei parla solo
spagnolo, al contrario di suo marito Jorge che conosce sia l’inglese che
l’italiano. Graciela è una donna di quasi sessant’anni, molto dinamica e
divertente. È con lei che faccio, per pochi euro, la prima manicure della mia vita in un piccolissimo salone di bellezza sotto
casa (e credo che quello sia il posto in cui ho imparato più parole in
spagnolo fin ora).
Qui a Málaga trascorro
le giornate facendo lunghe e lente passeggiate nel centro città, facendo
piccole soste in qualche negozietto e visitando, con molte pause, le attrazioni
turistiche e i siti d’interesse. Ogni volta che scorgo una panchina all’ombra, mi
ci fiondo e prendo posto per rifocillarmi dal caldo soffocante e dalla
stanchezza. Scrivo lunghe cartoline e pagine del mio quaderno, cerco di
imprimere i miei pensieri e le mie impressioni su carta, trasformare in
inchiostro il groviglio di emozioni che mi attraversano mente e cuore.
Per la prima
volta dal mio arrivo in Spagna mi concedo dei pasti tranquilli e abbondanti,
non più i pranzi frugali e improvvisati consumati all’interno dell’Alcázar di Siviglia o sulla piazzetta
davanti alla Mezquita di Cordoba:
scopro un piccolo ristorante di tapas
non lontano dal centro e divento cliente abituale. L’ultima sera del mio
soggiorno a Málaga mangio finalmente la paella
e mi chiedo perché non l’abbia fatto prima. Voglio infine sfatare un
pregiudizio: non è vero che in Spagna il gelato è cattivo. Prima di partire,
una conoscente mi aveva messa in guardia: “Non prendere il gelato lì”, mi aveva
detto, “se hai fortuna non sa di nulla, se non hai fortuna è disgustoso”. Evidentemente
ho avuto più che fortuna, perché a Málaga ho mangiato un gelato buonissimo (la
gelateria si chiama Nonna, se può
interessarvi).
Non sono riuscita
a vedere uno spettacolo di flamenco come si deve, ma in compenso ho comprato un
paio di scarpette: ho intenzione di tornare a ballare. Porterò almeno un po' di Spagna con me nell'inverno freddo che mi aspetta.
Ormai il mio soggiorno qui sta volgendo al termine. Domani sveglia
alle 5:00. Alle 6:30 parte l’autobus che mi porterà nell’ultima sognata tappa di questa avventura: l’Alhambra di Granada.
È tempo di
lasciare Siviglia. A malincuore rimetto nello zaino i libri, la mia (non sempre
affidabile) guida crucca dell’Andalusia, le cartoline, un paio di regalini, i
miei pochi indumenti e guardo per l’ultima volta la camera che per qualche
giorno ho chiamato “casa”, suscitando l’ilarità e talvolta la simpatia dei miei
interlocutori. Dopo aver accertato (a quanto pare anche la fisiognomica lo
conferma) e accettato la mia condizione di straniera ovunque, mi sono arrogata
il diritto di sentirmi a casa dappertutto, chiamando casa tutti i luoghi in cui mi sono insediata, in cui mi sono
sentita bene. E a Siviglia mi sono sentita a casa.
Per una nomade,
però, nessuna casa è definitiva, così raccolgo zaino e ricordi e mi dirigo alla
stazione del bus. Prossima tappa: Cordoba.
Prendo posto sull’autobus spazioso. L’autista, dopo aver controllato i biglietti, accoglie
ogni passeggero porgendogli un sacchetto di carta contenente: uno snack, una
bottiglietta d’acqua e un paio di auricolari. Il lusso. Non mi era mai capitato
di vedere un bus così chic: comodo e
lindo, sedili in pelle reclinabili con poggiapiedi regolabile, piccolo schermo davanti
a ogni sedile per guardare un film o ascoltare della musica – altro che gli
autobus della compagnia verde risparmio che prendevo abitualmente per andare in
Svizzera (con il wc rotto e puzzolente e i sedili squinternati)!
Rinuncio tuttavia
a una fetta di questo lusso decidendo di ignorare lo schermo, indosso le
cuffiette del mio inseparabile lettore mp3 e mi accomiato da Siviglia
ascoltando ancora una volta Il Barbiere,
che è la colonna sonora di questo mio viaggio.
Il paesaggio che
scorre davanti ai miei occhi non è dissimile da quello che vedo dall’autobus
che, in Sicilia, dall’aeroporto di Palermo mi porta alla stazione del mio
paese, tanto che per un attimo, in uno stato di sonnolenza, mi sembra di vedere
il profilo delle sue stranote case. Trasalisco. Poi mi ricordo di essere in
Spagna e mi lascio cullare dal rumore del motore.
Guardando la
cartina dell’Andalusia non mi ero resa conto di quanto fossero grandi le
distanze tra una città e un’altra. O meglio: non potevo rendermi conto di quanto
sembrassero grandi tali distanze, dal
momento che sulla cartina non si vede che tra un centro abitato e l’altro non
c’è niente – all’infuori di distese a perdita d’occhio di terra bruna e di campi
bruciati dal sole. Dopo qualche ora di viaggio e qualche quarto d’ora di sonno
faccio finalmente la conoscenza di Cordoba, la città dei Califfi, di Averroè e
di Maimonide. Ad accogliermi ci sono 40 gradi e un sole che, nonostante siano
appena le 10.30 del mattino, picchia e brucia e intimorisce i turisti più biondi
che iniziano a ungersi di creme solari dall’odore pungente.
Dopo una piccola
sosta in un bar, nel quale faccio colazione con pane e pomodoro e un zumo de naranja por favor, mi dirigo alla Mezquita, letteralmente il “luogo dove prostrarsi”, oggi nota come
Grande Moschea o Moschea-Cattedrale.
Non credo di
avere mai visto nulla di più impressionante. Entro in quella che, a prima
vista, mi sembra un’immensa moschea (al già imponente edificio originario, progettato
dall’emiro Abd al-Raḥmān I, sono stati aggiunti tre grandi ampliamenti
commissionati da ʿAbd al-Raḥmān II
prima e da al-Ḥakam II
dopo). Cammino tra arcate e colonne, per colore e forma tipiche
dell’architettura islamica. I cunei bianchi e rossi e la ripetizione ritmica dei
capitelli mi danno l’impressione che lo spazio si dilati all’infinito e che i
confini siano irraggiungibili.
Ma proprio quando
il mondo arabo mi ha rapita al mio e ho l’impressione di trovarmi non in Spagna
ma in un racconto delle Mille e una notte,
ecco che vedo una croce, un altare cattolico, una raffigurazione dell’ultima
cena, la statua di un santo, quella della Madonna. Disorienta continuo a
camminare fino a quando, improvvisamente, mi trovo sotto la cupola bianca e dorata
della Cattedrale barocca. Lo stupore.
L’incredulità.
Con questo video
vi mostrerò il percorso inverso, che vi porterà dalla Cattedrale fino
all’ampliamento di Al-Hakam II, con le sue arcate polilobate e il dorato Mihrab, punto di riferimento per la
preghiera dei musulmani: una nicchia a otto lati, delimitata da archi che
rappresentano le porte per l’aldilà, attraverso le quali dovevano ascendere le
preghiere dei fedeli, la quale termina in una cupola a conchiglia, simbolo
della vita.
Questa insolita
mescolanza di religioni e influenze, che oggi forse ci stupisce, sta invece
alla base della cultura andalusa, luogo in cui hanno convissuto – ora in pace,
ora in reciproca tolleranza, ora in guerra – religioni e culture diverse: si
tratta infatti di un Paese dominato dapprima dal Califfato arabo-islamico e
successivamente conquistato dall’estremo cattolicesimo europeo (non per niente
Cordoba era sede di uno dei tribunali speciali dell’Inquisizione).
Tale convivenza
di culture e religioni è testimoniata anche dalla presenza di un quartiere
ebraico, la Juderia, ovvero l’antico
ghetto abitato dagli ebrei fino a quando i Re Cattolici, nel XV secolo, li
espulsero dalla città. È più grande della Juderia
di Siviglia e in essa si trova anche una Sinagoga che dicono essere molto
bella – cosa che purtroppo non ho potuto verificare con i miei occhi perché in
estate tutti i principali siti di interesse a Cordoba (la Sinagoga, l’Alcázar e
Museo Taurino – che pure non mi interessava) chiudono alle tre del pomeriggio. Continuo
a passeggiare così perdendomi nelle stradine della Juderia, immaginando un tempo senza turisti in cui, in questi
vicoli, in mezzo a queste case imbiancate a calce, filosofi arabi e pensatori
ebrei hanno partorito e messo per iscritto le loro idee. Passo sognante attraverso la via dedicata ad Averroè.
Senza accorgermene arrivo infine in Plaza de Tiberiades
e mi imbatto in una figura familiare: si tratta della statua di Mosè Maimonide,
autore della Guida dei perplessi, che
avevo studiato durante il mio ultimo anno di università a Palermo e che mi
aveva tanto impressionata. E siccome perplessa lo sono tutt’ora – e forse ancora
più che in passato – tocco la punta della sua scarpa e intrattengo con lui una
conversazione silenziosa e confidenziale.
Chissà, forse il tocco di quella scarpa renderà
un po’ più saggia anche me.
Mentre mangio una
tapa nel locale affollato di una strada non lontana da “casa mia” qui a
Siviglia, sento il suo sguardo su di me. Corrugo la fronte con espressione interrogativa
e un po’ di disagio: non mi piace quando qualcuno mi fissa. “Ho qualcosa che
non va?” chiedo, immaginando di avere qualcosa tra i denti. “No, è solo che hai
un volto interessante”.
Interessante
lo si dice anche davanti di un’opera d’arte astratta di dubbio gusto. Glielo
faccio presente.
“Non mi
fraintendere, è un complimento” continua “hai i lineamenti da gitana – come Esmeralda del Gobbo di
Notre-Dame”.
“Una zingara
allora?”, rido.
“Una nomade”
conclude.
Una nomade, è
vero. Non ha sbagliato questa persona che mi conosce appena. Che mi sia scritto
in faccia il mio destino?
Mi viene in mente
il frammento di un dialogo del poco conosciuto filosofo socratico Fedone, Zopiro. In questo dialogo il
fisionomista Zopiro, dopo aver osservato attentamente i tratti del volto di
Socrate, dichiara che il suo aspetto esteriore farebbe pensare a una natura
intellettualmente limitata e incline ai vizi. Gli amici di Socrate ridono:
questo fisionomista deve essere un incompetente o un ciarlatano! Come fa a dire
che Socrate, maestro di virtù e di temperanza, sia ottuso e vizioso? Solo
Socrate non ride e anzi guarda Zopiro con divertita ammirazione. “Ci hai visto
giusto, caro Zopiro, ti faccio i miei complimenti”. Gli amici di Socrate
improvvisamente smettono di ridere e guardano increduli prima Socrate, poi
Zopiro e poi di nuovo Socrate. Cosa sta dicendo? È impazzito? Socrate aggiunge:
“Quello che dici su di me è vero, ma io sono riuscito a domare la mia natura
viziosa attraverso il logos”.
Che cosa avrebbe
detto Zopiro di me? Una persona che mi conosce da tre giorni ha visto una
nomade nei tratti del mio viso – forse era scritto già lì il mio destino, anche
quando abitavo in un piccolo paese dell’entroterra siciliano e non conoscevo
altra lingua all’infuori della mia e del mio dialetto, anche quando non avevo
ancora oltrepassato i confini nazionali e a malapena quelli ragionali. Nomade.
Forse Socrate mi
direbbe che ciò che i tratti somatici rivelano si può cambiare, educare, domare.
Ma in fondo non mi dispiace essere nomade.
Il viaggio che mi
ha condotta in Spagna mi ha fatto attraversare non soltanto tre nazioni in tre
giorni, ma anche tre stagioni: ho lasciato un clima d’inizio inverno sulle
montagne dei Grigioni, sono passata attraverso un autunno piovigginoso milanese
per giungere alla bollente estate spagnola, con i suoi 38 gradi. Sotto il sole
ancora rovente del tramonto che tinge di arancione le facciate degli
edifici bianchi e l’odore di cavallo che invade le narici dei passanti e dei
turisti sulla piazza della Cattedrale di Siviglia inizia la mia avventura
andalusa.
La Spagna mi
sorprende subito per la sua organizzazione. Nel mio immaginario era un posto un
po’ caotico, non troppo dissimile dall’Italia. Credevo che, come nel mio paese
d’origine, i mezzi di trasporto fossero sempre in ritardo (sia a Palermo che in
alcune zone di Milano – soprattutto in estate – bisognava affidarsi a un
oracolo per sapere quando il bus sarebbe passato e ringraziare tutti i santi se il bus si decideva davvero a
passare), che le persone fossero pigre e le strade un po’ sporche. Come in Italia.
Quel mio lui, del resto, quando eravamo insieme, diceva sempre tutto il male
possibile degli spagnoli, dipingendoli come svogliati e ottusi. Io non ero mai
stata in Spagna e di spagnoli non ne conoscevo. Così, senza rendermene conto, avevo
lasciato che nella mia testa si corroborasse un cliché di cui, fino ad ora, non mi ero nemmeno curata troppo.
Svolta.
Già dal primo
giorno in Andalusia mi rendo conto che l’Italia è assai più indietro rispetto alla
Spagna – e che di simile hanno solo la lingua e quella disinvoltura dei modi
della gente tipica dei paesi mediterranei. Punto.
Tutti i bus in
orario, città molto organizzate (a misura di pedone e a prova di turista –
anche del più imbranato come me, che ho il senso dell’orientamento di un
lombrico ubriaco) e strade linde. Mi stupiscono gli impiegati sprint della
nettezza urbana che, dopo l’una di notte, scorrazzano per la città con i loro
camioncini, si fiondano (letteralmente!) sui bidoni dell’immondizia, li
ripuliscono procedendo a una velocità impressionante, mentre i loro colleghi
inondano le strade di acqua insaponata e le spazzano. Altro che pigrizia! 4 a 0
per la Spagna – e non solo nei Mondiali di calcio.
Il mio viaggio alla
scoperta dell’Andalusia inizia qui a Siviglia e mi porterà a Malaga passando
per Cordoba per giungere (finalmente!) all’Alhambra di Granada.
Per me Siviglia è
un sogno. È la città che ha ispirato grandi (e meno grandi, ma pur sempre
importanti) compositori, che l’hanno scelta come teatro delle loro opere. È la
città delle Nozze di Figaro di
Mozart, del Barbiere di Siviglia di
Rossini e della Carmen di Bizet,
criticato in maniera così sottilmente ironica da Nietzsche in Der Fall Wagner, ma a cui voglio bene,
trattandosi della prima opera che io abbia mai visto dal vivo e addirittura
alla Scala di Milano!
In questa città
quasi a ogni passo mi imbatto in uno dei posti dell’opera.
Mi entusiasmo quando
scopro che a due passi dal posto che per pochi giorni chiamerò “casa” c’è il
balcone di Rosina del Barbiere.
Il
balcone sotto cui Lindoro (pseudonimo usato dal Conte di Almaviva) le aveva cantato una serenata, aveva pregato Figaro
di aiutarlo ad escogitare degli stratagemmi per potersi intrufolare in casa del
dottor Bartolo e rivelare a Rosina i suoi sentimenti, nella speranza di essere
ricambiato e andare via con lei come marito e moglie.
Torno lì una
sera, prima di ritirarmi nella mia stanzetta, mi siedo sugli scalini di pietra
ancora caldi del sole del giorno, nonostante sia già buio, metto gli auricolari
del mio lettore mp3 e mentre ascolto l'aria di Lindoro Se il mio nome saper voi bramateinizio a
fantasticare.
Il giorno
seguente decido di andare alla ricerca del vero
barbiere di Siviglia – o per meglio dire di un barbiere vero a
Siviglia e lo stano in un salone di Calle
Sierpes. Con un po’ di imbarazzo gli chiedo, nel mio spagnolo traballante,
di lasciarsi fotografare e gli spiego perché. Lui è divertito e mi lascia fare.
Scambiamo ancora qualche parola e lo prego di non svelarmi il suo vero nome: per me resterà
così Figaro, il barbiere di Siviglia.
Nella Juderia trovo il posto in cui Carmen
scappa inseguita dai soldati e poco più avanti la strada nella quale si trovava
la taverna in cui incontra Don José ed Escamillo.
Mi imbatto in
luoghi dell’opera persino quando sto cercando qualcos’altro. Quando, nonostante
le tante indicazioni stradali, mi perdo per le strade della città finendo dalla
parte opposta del posto che volevo raggiungere (l’ho detto: lombrico ubriaco),
vedo un palazzo imponente e bellissimo e mi chiedo che cosa possa essere. Ipotizzo che si tratti non meno di un palazzo reale.
Mi avvicino, allora,
sperando che un qualche cartello informativo mi sveli l’arcano. L’organizzata
Spagna anche stavolta non mi delude e di nuovo mi stupisce: è un’ex fabbrica di
tabacco – quella stessa fabbrica in cui è ambientata la Carmen – oggi sede della facoltà di Lettere e Filosofia dell'università di Siviglia.
Insomma, pur non
essendo andata all’Opera, qui l’Opera la vivo davvero.
L’avventura
però è appena cominciata: da domani mi metterò sulle tracce dei filosofi arabi
e dei sultani delle mille e una notte, alla scoperta dei luoghi che hanno visto
convivere – in pace e in guerra – tre culture e religioni. Dall’Alcázar di
Siviglia all’Alhambra di Granada.
Eccomi di nuovo
in viaggio. Zaino in spalla (sì, lo ammetto: sotto l’influsso teutonico ho abbandonato il classico trolley da brava-ragazza-in-viaggio
italiana, per iniziarmi alla pratica dello zaino – poco elegante, ma molto più
leggero e maneggevole), scarpe di tela ai piedi (che hanno sostituito le mie
inseparabili Wanderschuhedei percorsi alpini) e tanta
emozione per questa nuova avventura, mi preparo ad attraversare tre nazioni in
tre giorni: dalle Alpi svizzere all’Andalusia – passando per Milano.
Sono in treno con
il naso incollato al finestrino. Vedo sfilare davanti al mio sguardo laghi,
alberi, case. Vorrei catturare ogni immagine, conservarla nella memoria e
riesumarla quando l’inverno buio mi richiamerà al lavoro. Le Alpi - temute e ormai
amate sovrane elvetiche – si fanno sempre più piccole e vengono risucchiate
dalle distese verdi e dalle risaie della pianura Padana. Lo sguardo spazia
libero, senza più ostacoli. Palazzoni e case di dubbio gusto estetico prendono
il posto delle baite e delle casette di montagna che puntellavano il paesaggio
che fino a pochi minuti fa sfrecciava davanti ai miei occhi. Sento già un po’
di nostalgia della vita “selvaggia” tra camminate, scalate, bagni nel fiume
freddo, latte appena munto preso ogni sera dal contadino e patate raccolte nell’orto.
Sento la vita pulsante, caotica, rumorosa e un po’ maleodorante della grande
città che si avvicina e mi obbligo a riordinare i miei pensieri e il mio modo
di percepire il mondo: per quasi un mese ho vissuto in un villaggio di dodici case
inerpicato sulle montagne dei Grigioni, incontrando ogni giorno solo pochi
sguardi conosciuti e tra qualche ora sarò catapultata nella metropoli, capitale
della moda e dell’industria italiana, stretta in una metropolitana insieme a
centinaia di persone sconosciute, pigiate l’una all’altra come sardine in
scatola.
Eppure Milano mi
piace, mi trema un po’ il cuore al pensiero di tornare lì.
Ci ho vissuto per
un anno e mezzo – poco in confronto alla durata di una vita media, ma tanto se
penso a tutto quello che lì è accaduto. Lì si è verificata la prima grande
frattura della mia vita, lì il più grande sconvolgimento che ha trasformato la
ragazzina ingenua di provincia nella donna – molto imperfetta, ma più piena di
immagini, colori, dolori, sogni, delusioni, vittorie e curiosità – che sono
ora. Ma questa è un’altra storia – e qui non ve la racconterò.
Milano è per me
la città della libertà, della scoperta, il posto in cui, l’ho già detto, ho
sentito, per la prima volta limpida la voce del mio pensiero. È la città dei
musei, del teatro, della Scala, di un’università nuova. La città della prima
metropolitana che io abbia visto e preso, la città della puzza e della fretta.
La città delle amiche e dei conflitti, dei giri in bicicletta, delle corse e
del “bosco in città”. La città di molto altro, che sarà sempre nel mio cuore.
Oggi però è solo
la città che mi ospiterà per una notte e due mezze giornate e da cui domani
prenderò l’aereo che mi porterà nell’ultimo luogo di questo mio lungo
peregrinare estivo: l’Andalusia. L’ho sognata, l’ho immaginata, ho guardato
lunghi documentari ambientati a Siviglia, a Cordoba, a Granada e tra una notte
e qualche ora sarò davvero lì.
Devo solo
prendere la giusta coincidenza del treno e non addormentarmi poco prima della
mia fermata, come ho già fatto una volta. Devo solo non perdere l’aereo. Seppure
imbranata e un po’ sognante, credo di potercela fare. Cara Andalusia, sto
arrivando!
Quella che, a
guardare il pastorello, sembrava una passeggiata di salute si rivela essere, per la
maggior parte di noi, una salita ardua e faticosa. Sembra che, per dispetto, la
cima si allontani man mano che noi avanziamo. Sulla via ci imbattiamo nella
carcassa di una capra. Mi vengono i brividi: avrà perso l’equilibrio mentre
camminava in bilico sui sassi, è caduta, si è fratturata una zampetta ed è
morta di fame e sete lì, perché nessuno l’ha ritrovata in tempo? E se succedesse anche a noi?
Lui cammina
davanti a me con piglio sicuro. Non sembra né preoccupato né tantomeno stanco, così mi faccio coraggio e procedo anch’io. Per raggiungere la
meta dobbiamo attraversare due punti piuttosto pericolosi (almeno dal mio punto
di vista inesperto). Lui ci precede: cammina come una capra sui sassi instabili
del primo valico. Guardo le pietre che, sotto i suoi passi, rotolano giù
sprofondando nel nulla e prego che non rotoli giù con loro anche lui.
“Che
succede se cadiamo?” chiede uno dei meno esperti.
“Tu non cadere”, risponde la
nostra guida mentre, giunta dall’altra parte del valico prepara la corda,
aggrappandoci alla quale saremmo dovuti passare anche noi.
Poco meno di due
metri, ma l’abisso sotto di me. Guardo in alto: qua e là, in piedi sulle rocce,
altre capre ci guardano con aria interrogativa, come a chiedersi: “Cosa diamine
stanno combinando questi umani imbranati?”. Una di loro bela – forse sta
deridendo la mia paura.
Aggrappandosi
alla corda passa anche il secondo, ora tocca a me. Prendo il capo della corda
che lui mi ha lanciato e me lo lego intorno alla vita con il nodo che ho
imparato durante i corsi di arrampicata. La tengo stretta con la mano sinistra,
tanto forte che mi faccio quasi male. “Stai calma” mi ripeto “un passo dopo
l’altro, non guardare sotto, non guardare sotto”. Le mani sudano, sento la
corda scivolare, gli appigli per la mano destra sembrano tutt’altro che
stabili. “Un passo dopo l’altro, non guardare sotto, non guardare sotto”,
continuo a ripetermi. Sassolini e ghiaia rotolano giù sotto i miei passi
incerti. Penso alla carcassa della capra. “Non pensare, non pensare”.
Ecco, ce l’ho
fatta! Non mi sembra vero, mai mi sono sentita così attaccata alla vita, così
contenta di esserci, in questo mondo. Il secondo valico non è così difficile.
Un’altra capra mi guarda e bela. Le sorrido – ormai mi sento un po’ capretta
anch’io.
Arriviamo in
cima, finalmente e il mio cuore esplode di gioia e di stanchezza. Eccole, le
Alpi, illuminate dal sole bruciante delle due del pomeriggio. Dall’alto domino
il loro profilo: giganti loro, gigante io. Non mi fanno più paura, non mi
tolgono più il fiato. Non vorrei scendere più. Per minuti interminabili
contemplo quei titani, respiro l’aria rarefatta dei duemilacinquecento metri di
altitudine. Mi sdraio sull’erba, mi sento grande, piena, imbattibile.
La discesa non ve
la racconto: mi sono già dilungata fin troppo e, a dire il vero, non è stata né
avventurosa né emozionante come la salita. Solo tanto male alle ginocchia e ai
talloni, vesciche dolorose e una voglia indescrivibile di vedere la fine.
Le Alpi oggi mi
hanno ricordato che sono un animale: quando sei talmente stanca che non ce la
fai più, ma devi farcela perché non
c’è altra soluzione – non puoi chiamare nessuno che possa venire a prenderti
con la macchina, non ci sono bus, ma solo capre –, quando le gambe ti fanno
male, ma non puoi fermarti perché da lì a qualche ora il sole sarà inghiottito
dai titani, il buio ruberà i contorni al mondo e il freddo ti avvolgerà, quando
non riesci nemmeno a pensare perché tutti i tuoi sensi e le tue forze non sono
rivolti all’interno, dentro di te, ma all’esterno – a valutare le possibilità e
i pericoli, a misurare i passi, a contenere gli sforzi – ti accorgi che quando
tutto ti abbandona – i crucci del lavoro e la smania di diventare, il computer, i libri, le fantasie, i pensieri e anche le
forze – quello che senti più forte è il tuo istinto di sopravvivenza.
Un animale
attaccato alla vita, io sono questo se togli tutto il resto.